- Il boom delle iscrizioni e i dubbi che restano
- Il parere critico del CSPI sul Decreto ministeriale n. 29
- Quattro anni bastano? Il nodo della qualità formativa
- La fuga dei cervelli e il paradosso italiano
- ITS Academy: l'anello forte della catena
- Cosa serve davvero all'istruzione tecnica
- Domande frequenti
Il boom delle iscrizioni e i dubbi che restano
I numeri, almeno sulla carta, parlano chiaro. In un solo anno le iscrizioni al percorso "4+2", il modello che integra quattro anni di scuola superiore con un biennio presso gli ITS Academy, sono passate da 5.449 a 10.532 studenti. Quasi il doppio. Un dato che il Ministero dell'Istruzione e del Merito ha presentato come la conferma di una scommessa vinta, la prova che famiglie e ragazzi credono in questa nuova architettura dell'istruzione tecnica e professionale.
Ma dietro la crescita quantitativa si annidano interrogativi che sarebbe imprudente ignorare. Raddoppiare le iscrizioni non significa automaticamente raddoppiare la qualità. E le voci critiche, a partire da quelle istituzionali, non si sono fatte attendere.
Il parere critico del CSPI sul Decreto ministeriale n. 29
A gettare un'ombra sulla narrazione ottimistica è stato il Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione (CSPI), che ha espresso un parere tutt'altro che lusinghiero sul Decreto ministeriale n. 29 del 19 febbraio 2026. L'organo consultivo del ministero, composto da rappresentanti del mondo della scuola, ha sollevato perplessità di merito sulla struttura del percorso quadriennale, sulla compressione dei programmi e, soprattutto, sulla reale capacità di garantire agli studenti una preparazione paragonabile a quella del quinquennio tradizionale.
Stando a quanto emerge dal documento, il CSPI ha sottolineato il rischio di una riforma che procede per via sperimentale senza un'adeguata fase di valutazione dei risultati. Un anno di dati, per quanto incoraggianti sul piano numerico, non basta a certificare l'efficacia di un modello formativo. Servono indicatori di apprendimento, tassi di completamento del biennio ITS, dati occupazionali dei primi diplomati. Nulla di tutto questo è ancora disponibile in forma sistematica.
La questione resta aperta e politicamente sensibile. Il parere del CSPI non è vincolante, ma ignorarlo del tutto significherebbe indebolire la legittimità stessa della riforma, proprio nel momento in cui dovrebbe consolidarsi.
Quattro anni bastano? Il nodo della qualità formativa
Il cuore del dibattito è semplice da formulare, assai meno da risolvere: comprimere in quattro anni un percorso pensato per cinque è un'operazione neutra oppure comporta inevitabili sacrifici?
I sostenitori della riforma argomentano che il quinto anno, in molti istituti tecnici e professionali, è già oggi percepito come un anno di transizione, spesso poco incisivo sul piano formativo. Meglio allora, dicono, accelerare l'ingresso nel sistema degli ITS Academy, dove lo studente entra in contatto diretto con il mondo produttivo e acquisisce competenze immediatamente spendibili.
I critici ribattono che la riduzione di un anno non è mai a costo zero. Le materie di base, dalla matematica all'italiano, dalla storia alle scienze, subiscono un ridimensionamento che rischia di formare tecnici competenti ma culturalmente più fragili. E in un mercato del lavoro che cambia a velocità crescente, proprio la solidità della formazione generale rappresenta la migliore assicurazione contro l'obsolescenza professionale.
C'è poi un aspetto che riguarda la percezione sociale. Gli istituti tecnici e professionali combattono da decenni contro lo stigma della "scuola di serie B". Accorciarne la durata, senza un investimento massiccio in qualità e risorse, potrebbe rafforzare anziché indebolire quel pregiudizio. Chi si iscrive al liceo classico o scientifico continua a frequentare per cinque anni. Chi sceglie il tecnico ne farà quattro. Il messaggio implicito non è difficile da decifrare.
Peraltro, la questione delle risorse umane e materiali necessarie a far funzionare una riforma di questa portata si intreccia con il più ampio tema delle condizioni di lavoro nel comparto scuola. Come evidenziato dalle trattative per il Rinnovo CCNL Istruzione e Ricerca 2022-24: D'Aprile Richiede Interventi Urgenti, il personale scolastico opera in condizioni contrattuali ed economiche che rendono difficile chiedere ulteriori sforzi organizzativi senza adeguati riconoscimenti.
La fuga dei cervelli e il paradosso italiano
A rendere il quadro ancora più complesso interviene un dato che interroga l'intero sistema formativo nazionale. Tra il 2019 e il 2023, oltre 190.000 giovani italiani hanno lasciato il Paese, molti dei quali in possesso di titoli di studio elevati. Una emorragia silenziosa che non riguarda soltanto i laureati delle grandi università, ma coinvolge anche diplomati tecnici che trovano all'estero, dalla Germania alla Svizzera, opportunità professionali e retribuzioni incomparabilmente superiori a quelle italiane.
Il paradosso è evidente. L'Italia investe nella formazione di giovani qualificati e poi li lascia partire perché il tessuto produttivo non riesce ad assorbirli a condizioni dignitose, oppure perché il sistema formativo non è sufficientemente agganciato alle reali necessità delle imprese. La riforma 4+2 nasce dichiaratamente per colmare questo scollamento, creando un collegamento strutturale tra scuola e mondo del lavoro attraverso gli ITS Academy.
Ma se il problema è la capacità del sistema economico di trattenere i talenti, nessuna riforma scolastica, per quanto ben congegnata, può risolverlo da sola. Senza politiche industriali, salariali e territoriali che rendano conveniente restare, il rischio è quello di formare più velocemente giovani che emigreranno altrettanto velocemente.
ITS Academy: l'anello forte della catena
Se c'è un elemento della riforma che raccoglie consensi trasversali, è il ruolo degli ITS Academy. I dati occupazionali dei diplomati di questi istituti tecnologici superiori sono tra i migliori dell'intero panorama formativo italiano, come confermano le rilevazioni più recenti: il Successo degli ITS Academy: Alta Occupazione tra i Diplomati è un fatto documentato, non una promessa.
Anche sul versante delle iscrizioni il trend è positivo: la Crescita delle Iscrizioni e Tassi Occupazionali da Record registrata negli ultimi anni conferma che il modello funziona, almeno dove è stato implementato con serietà e con il coinvolgimento diretto delle imprese del territorio.
Il punto critico, però, è un altro. Gli ITS Academy non sono distribuiti in modo uniforme sul territorio nazionale. Il Mezzogiorno ne ha meno, e quelli esistenti non sempre dispongono delle risorse necessarie per competere con gli omologhi del Nord. Agganciare il percorso quadriennale a un biennio ITS funziona se quel biennio esiste davvero, è accessibile e offre standard formativi adeguati. In caso contrario, il "4+2" rischia di trasformarsi in un "4+0", con lo studente che si ritrova con un anno in meno di scuola e nessun percorso terziario effettivamente praticabile.
Cosa serve davvero all'istruzione tecnica
La riforma degli istituti tecnici e professionali è una partita che l'Italia non può permettersi di perdere. In un Paese che sconta un deficit cronico di tecnici specializzati, dal settore manifatturiero a quello digitale, ripensare i percorsi formativi è non solo legittimo ma necessario.
Tuttavia, il sospetto che aleggia tra dirigenti scolastici, docenti e parte del mondo accademico è che il modello 4+2 sia stato costruito più sull'urgenza di mostrare risultati politici che su una visione pedagogica organica. Il raddoppio delle iscrizioni può essere letto anche come effetto di una spinta promozionale, più che come adesione convinta delle famiglie.
Servirebbe, a questo punto, un atto di trasparenza. Rendere pubblici i dati sugli apprendimenti degli studenti nei percorsi quadriennali. Confrontarli con quelli dei percorsi quinquennali. Monitorare in tempo reale la transizione verso gli ITS. E, soprattutto, ascoltare il parere del CSPI non come un fastidioso adempimento burocratico, ma come il contributo di chi la scuola la vive ogni giorno.
Gli istituti tecnici e professionali meritano di uscire dall'angolo in cui sono stati relegati per troppo tempo. Ma meritano anche una riforma che non li trasformi in percorsi accelerati al ribasso. La sfida è costruire una filiera formativa che sia davvero alternativa al percorso liceale-universitario, non la sua versione compressa e semplificata. Una sfida che, al momento, resta tutta da vincere.