- Un Testo unico che ha fatto il suo tempo
- Le tre priorità del Cni per la legge delega
- Responsabilità del professionista e doppia conformità: i nodi più delicati
- La richiesta di una riforma urbanistica organica
- Il ruolo delle professioni tecniche nella scrittura del Codice
- Domande frequenti
Un Testo unico che ha fatto il suo tempo
Venticinque anni. Tanto è passato dall'approvazione del Testo unico dell'edilizia (D.P.R. 380/2001), un corpus normativo che ha attraversato quasi un quarto di secolo tra modifiche parziali, deroghe e stratificazioni che ne hanno progressivamente eroso coerenza e applicabilità. Oggi, nel pieno di una stagione di riforme che investe diversi settori della pubblica amministrazione, il mondo delle professioni tecniche chiede con forza che anche l'edilizia e le costruzioni abbiano finalmente il loro aggiornamento strutturale.
È questo il messaggio emerso con chiarezza dal convegno che si è tenuto alla Camera dei Deputati il 18 marzo 2026, dove il presidente del Consiglio Nazionale degli Ingegneri (Cni), Angelo Perrini, ha preso la parola per ribadire il sostegno della categoria al progetto di un nuovo Codice delle costruzioni, pur segnalando una serie di criticità che, a suo avviso, rischiano di compromettere l'efficacia della riforma se non affrontate per tempo.
Le tre priorità del Cni per la legge delega
Stando a quanto emerso dall'intervento di Perrini, il Cni ha messo nero su bianco tre priorità che considera irrinunciabili nell'ambito della legge delega attualmente in discussione:
- Una ridefinizione chiara della responsabilità del professionista nell'intero processo edilizio, dalla progettazione al collaudo;
- La revisione del meccanismo della doppia conformità urbanistica ed edilizia, considerata uno degli ostacoli più problematici dell'attuale normativa;
- L'avvio parallelo di una riforma della legge urbanistica nazionale, senza la quale — sostengono gli ingegneri — qualsiasi nuovo Codice delle costruzioni rischierebbe di poggiare su fondamenta obsolete.
Tre punti che non sono mere rivendicazioni di categoria, ma toccano questioni con cui amministrazioni locali, imprese e cittadini si confrontano quotidianamente. Chi opera nel settore sa bene quanto l'incertezza normativa pesi sui tempi e sui costi di qualsiasi intervento edilizio, dal piccolo ampliamento alla grande opera pubblica.
Responsabilità del professionista e doppia conformità: i nodi più delicati
Il tema della responsabilità del professionista è forse quello che suscita maggiore attenzione tra gli addetti ai lavori. L'attuale quadro normativo, frutto di sovrapposizioni legislative successive, genera non di rado situazioni in cui il tecnico si trova esposto a responsabilità sproporzionate rispetto al ruolo effettivamente svolto. Una circostanza che, come sottolineato dal Cni, finisce per disincentivare l'assunzione di incarichi complessi e per alimentare un contenzioso che ingolfa i tribunali.
Altrettanto spinoso è il capitolo della doppia conformità. Il principio, previsto dall'articolo 36 del Testo unico, impone che un intervento edilizio realizzato in assenza o in difformità dal permesso di costruire possa essere sanato solo se risulta conforme alla disciplina urbanistica ed edilizia vigente sia al momento della realizzazione sia al momento della richiesta di sanatoria. Un meccanismo pensato per evitare abusi, ma che nella pratica si è rivelato spesso un labirinto normativo capace di bloccare anche situazioni facilmente risolvibili. La questione resta aperta e il dibattito tra chi vuole mantenere un approccio rigoroso e chi chiede maggiore flessibilità è tutt'altro che risolto.
Il tema dell'equità nei rapporti tra professionisti e committenza pubblica, peraltro, non riguarda solo l'edilizia. Come evidenziato dal recente Nuovo Manifesto per l'Economia dei Servizi: Un Appello all'Equità negli Appalti Pubblici, la necessità di regole più equilibrate attraversa trasversalmente tutto il comparto dei servizi professionali.
La richiesta di una riforma urbanistica organica
C'è poi un tema che va oltre il perimetro stretto del Codice delle costruzioni e che il Cni ha voluto portare esplicitamente all'attenzione del legislatore: la legge urbanistica nazionale. L'impianto vigente risale, nelle sue linee fondamentali, alla legge 1150 del 1942 — un dato che basterebbe da solo a spiegare l'urgenza di un intervento. Otto decenni di trasformazioni sociali, economiche e territoriali non sono stati accompagnati da un ripensamento complessivo degli strumenti di governo del territorio.
Perrini ha insistito su questo punto: riformare il Codice delle costruzioni senza mettere mano alla pianificazione urbanistica significherebbe, nei fatti, aggiornare le regole del costruire lasciando immutato il contesto in cui quelle regole si applicano. Un'operazione monca, destinata a produrre nuove incoerenze.
Non si tratta di una posizione isolata. Da anni urbanisti, giuristi e associazioni professionali segnalano la necessità di un quadro normativo che tenga conto della rigenerazione urbana, della transizione ecologica e delle nuove esigenze abitative. La speranza è che la legge delega sulle costruzioni possa rappresentare l'occasione per avviare almeno un percorso parallelo di revisione urbanistica.
Il ruolo delle professioni tecniche nella scrittura del Codice
Un passaggio particolarmente significativo dell'intervento di Perrini ha riguardato il metodo. Il presidente del Cni ha chiesto esplicitamente un coinvolgimento strutturato delle professioni tecniche nella fase di redazione del nuovo Codice. Non una consultazione formale a cose fatte, dunque, ma una partecipazione effettiva al processo di scrittura delle norme.
La richiesta non è peregrina. L'esperienza del nuovo Codice dei contratti pubblici (D.Lgs. 36/2023) ha dimostrato che il coinvolgimento tardivo o insufficiente degli operatori del settore produce norme difficilmente applicabili, che necessitano poi di correttivi e circolari interpretative a catena. Gli ingegneri — che nel sistema italiano rappresentano una delle figure cardine dell'intero processo edilizio, dalla progettazione alla direzione lavori, dalla sicurezza al collaudo — ritengono di avere non solo il diritto, ma il dovere di contribuire a una normativa che inciderà profondamente sulla loro attività quotidiana e, soprattutto, sulla qualità e sicurezza del costruito.
La partita del nuovo Codice delle costruzioni è appena iniziata. I prossimi mesi diranno se il legislatore saprà raccogliere le istanze del mondo professionale e tradurle in un testo capace di durare nel tempo — o se, al contrario, ci si troverà davanti all'ennesima riforma incompiuta.