- Il peso reale delle paritarie: i numeri che la politica ignora
- La lezione di Montessori e la centralità dei primi anni
- Contributi statali: il nodo irrisolto della parità economica
- Docenti, la risorsa su cui si regge tutto
- Una questione di sistema, non di categoria
- Domande frequenti
Firenze, corridoi affollati della Fiera Didacta Italia 2026, il più grande evento nazionale dedicato all'innovazione scolastica. Tra stand tecnologici e workshop sulla didattica digitale, c'è chi riporta il discorso alle fondamenta. Luca Iemmi, presidente nazionale della FISM (Federazione Italiana Scuole Materne), sceglie proprio questa vetrina per lanciare un messaggio che ha poco di celebrativo e molto di politico: le scuole dell'infanzia paritarie reggono un pezzo consistente del sistema educativo italiano, ma continuano a operare in condizioni di squilibrio finanziario cronico.
Un paradosso che, stando a quanto emerge dalle sue dichiarazioni, si trascina da decenni senza che nessun governo lo abbia affrontato con la necessaria decisione.
Il peso reale delle paritarie: i numeri che la politica ignora
I dati sono netti. Le scuole materne paritarie aderenti alla FISM e, più in generale, l'intero comparto paritario dell'infanzia coprono circa il 30% dell'utenza nazionale. Una famiglia su tre, in Italia, affida i propri figli a queste strutture. Non si tratta di un fenomeno residuale o di nicchia: è un pilastro del sistema integrato di istruzione, riconosciuto formalmente dalla legge 62 del 2000 — quella che ha introdotto il concetto stesso di parità scolastica nel nostro ordinamento.
Eppure, a oltre un quarto di secolo da quella norma, il riconoscimento giuridico non si è mai tradotto in un riconoscimento economico equivalente. «Le scuole paritarie fanno risparmiare allo Stato cifre enormi», ha sottolineato Iemmi durante il suo intervento a Didacta. Il ragionamento è semplice: ogni alunno che frequenta una paritaria costa alla collettività una frazione di quanto costerebbe se fosse inserito in una struttura statale. Il risparmio complessivo, secondo le stime ricorrenti nel dibattito — confermate anche da studi della Corte dei Conti — si aggira intorno ai 6 miliardi di euro l'anno.
Una cifra che dovrebbe far riflettere chiunque si occupi di politica scolastica.
La lezione di Montessori e la centralità dei primi anni
Iemmi ha voluto ancorare il suo ragionamento a un fondamento pedagogico che resta di straordinaria attualità. Maria Montessori — il cui metodo è oggi adottato in decine di migliaia di scuole nel mondo — aveva individuato nei primi tre anni di vita il periodo di massima capacità di apprendimento del bambino, estendendo la fase cruciale all'intera fascia 0-6 anni.
Non è retorica. Le neuroscienze contemporanee confermano pienamente quella intuizione: è nella prima infanzia che si formano le connessioni neurali fondamentali, che si struttura il linguaggio, che si gettano le basi delle competenze sociali e cognitive. Investire in questa fascia d'età non è un lusso: è la scelta più razionale che un sistema educativo possa fare.
La questione, però, è che in Italia questo investimento resta drammaticamente al di sotto delle necessità. E non riguarda solo le risorse materiali. Come ha ricordato lo stesso presidente FISM, servono progetti educativi solidi, personale formato, ambienti adeguati. Tutto ciò che, insomma, trasforma una scuola dell'infanzia da semplice servizio di custodia a luogo di educazione nel senso pieno del termine. Su un piano più ampio, il tema richiama anche la necessità di insegnare speranza e partecipazione civica in tempi di crisi democratica, perché è proprio nei primissimi anni che si piantano i semi della cittadinanza attiva.
Contributi statali: il nodo irrisolto della parità economica
Arrived al cuore della questione, Iemmi non ha usato giri di parole. I contributi statali destinati alle scuole paritarie dell'infanzia sono insufficienti e, soprattutto, non garantiscono quella parità economica che la legge 62/2000 aveva promesso.
Il meccanismo è noto a chiunque frequenti il settore: lo Stato eroga un contributo annuo per alunno che copre solo una parte — spesso minoritaria — dei costi effettivi di gestione. Il resto ricade sulle famiglie, attraverso le rette, e sugli enti gestori, molti dei quali sono parrocchie, congregazioni religiose, cooperative sociali o associazioni di genitori. Realtà che operano senza scopo di lucro e che, in molti casi, si trovano a fare i conti con bilanci sempre più fragili.
La conseguenza? Un numero crescente di scuole paritarie costrette a chiudere, soprattutto nei piccoli centri dove rappresentavano l'unico presidio educativo per la fascia 3-6 anni. Un fenomeno che aggrava le disuguaglianze territoriali e che colpisce in modo particolare il Mezzogiorno e le aree interne.
Il dibattito sulla sostenibilità economica del sistema scolastico, del resto, non riguarda solo le paritarie. Anche nel comparto statale la questione delle risorse è centrale, come dimostra ad esempio la petizione ANIEF per il pensionamento anticipato dei docenti, che ha superato le centomila firme e che pone il tema di come il sistema riesce — o non riesce — a prendersi cura di chi ci lavora.
Docenti, la risorsa su cui si regge tutto
Un passaggio significativo dell'intervento di Iemmi ha riguardato il ruolo dei docenti. Li ha definiti «la risorsa fondamentale del progetto educativo», e non è una formula di cortesia. Nelle scuole dell'infanzia, più che in qualsiasi altro ordine scolastico, la qualità dell'esperienza educativa dipende quasi interamente dalla relazione tra insegnante e bambino. Non ci sono libri di testo da seguire pagina per pagina, non ci sono verifiche standardizzate. C'è un adulto competente che guida, osserva, stimola.
Il problema è che nelle paritarie gli insegnanti sono spesso retribuiti meno dei colleghi della scuola statale, con contratti meno tutelanti e prospettive di carriera più incerte. Una condizione che rende difficile attrarre e trattenere i professionisti migliori. Peraltro, anche nella scuola pubblica il carico di lavoro reale dei docenti resta ampiamente sottovalutato, come emerge da un'analisi approfondita su il lavoro sconosciuto dei docenti, che va ben oltre le 36 ore settimanali comunemente percepite.
Se il sistema paese riconosce — a parole — che l'educazione prescolare è determinante per lo sviluppo dei cittadini di domani, allora deve garantire condizioni dignitose a chi quel lavoro lo svolge quotidianamente. Altrimenti resta lettera morta.
Una questione di sistema, non di categoria
Sarebbe un errore ridurre le parole di Iemmi a una rivendicazione corporativa. La FISM rappresenta una fetta importante delle scuole dell'infanzia italiane, ma il punto sollevato a Didacta 2026 trascende gli interessi di parte. Riguarda il modo in cui l'Italia concepisce — e finanzia — l'educazione dei più piccoli.
Montessori lo aveva capito più di un secolo fa. Le neuroscienze lo confermano oggi. I dati OCSE lo ribadiscono anno dopo anno: i paesi che investono di più nella fascia 0-6 ottengono risultati migliori lungo tutto l'arco dell'istruzione. L'Italia, con il suo sistema integrato pubblico-paritario, avrebbe le strutture e le competenze per fare un salto di qualità. Manca, come spesso accade, la volontà politica di mettere mano al portafoglio.
La parità scolastica, finché resta solo giuridica e non diventa anche economica, è una promessa non mantenuta. E a pagarne il prezzo, alla fine, non sono gli enti gestori o le sigle sindacali. Sono i bambini.