- Il quadro internazionale: cooperazione fiscale sotto pressione
- La Global Minimum Tax e la frenata americana
- L'Italia e la sfida della stabilità normativa
- Il ruolo dell'OCSE e la revisione delle regole
- Domande frequenti
Il quadro internazionale: cooperazione fiscale sotto pressione
C'è un filo sottile che tiene insieme le regole della fiscalità internazionale. Un filo che, stando a quanto emerso dall'Ey Tax Talk 2026 tenutosi a Roma il 18 marzo, rischia di spezzarsi sotto il peso di tensioni geopolitiche sempre più marcate.
A lanciare l'allarme — pacato nei toni ma netto nella sostanza — è stato Marco Iuvinale, Direttore dei Rapporti Fiscali Internazionali presso il Ministero dell'Economia e delle Finanze. Il suo intervento ha messo in luce una realtà che gli addetti ai lavori conoscono bene ma che fatica a trovare spazio nel dibattito pubblico: la cooperazione fiscale internazionale attraversa una fase di difficoltà profonda. I tavoli multilaterali sono appesantiti da agende divergenti, e il clima di fiducia reciproca tra le grandi economie si è deteriorato.
Non si tratta di un problema astratto. Per le imprese italiane che operano su mercati globali, l'instabilità delle regole fiscali si traduce in incertezza sugli investimenti, sui costi di compliance e, in ultima analisi, sulla competitività. Un contesto in cui anche la capacità di distinguere tra informazione affidabile e narrazioni distorte diventa cruciale, come dimostra il recente impegno delle istituzioni europee nel fornire strumenti contro la disinformazione su temi complessi.
La Global Minimum Tax e la frenata americana
Il nodo più critico resta quello della Global Minimum Tax, il pilastro della riforma fiscale internazionale che avrebbe dovuto imporre un'aliquota minima effettiva del 15% sui profitti delle multinazionali con ricavi superiori a 750 milioni di euro. Un progetto ambizioso, nato in seno all'OCSE e sottoscritto da oltre 130 giurisdizioni nel 2021, che sembrava destinato a ridisegnare il panorama della tassazione globale.
La realtà è andata diversamente. Come sottolineato da Iuvinale, la tassazione minima globale ha subito una significativa battuta d'arresto. Le richieste avanzate dagli Stati Uniti — che sotto la nuova amministrazione hanno rimesso in discussione elementi cardine dell'accordo — hanno di fatto rallentato il processo di implementazione coordinata. Washington chiede condizioni più favorevoli per le proprie multinazionali tecnologiche e manifatturiere, e non esita a usare la leva fiscale come strumento di politica commerciale.
L'Europa, dal canto suo, ha proceduto con l'adozione della direttiva sulla minimum tax già nel 2022, e diversi Stati membri — Italia compresa — hanno recepito le norme nei rispettivi ordinamenti. Ma un'aliquota minima globale che non sia effettivamente globale rischia di produrre distorsioni anziché eliminarle. È il paradosso con cui si confrontano oggi i policy maker.
L'Italia e la sfida della stabilità normativa
In questo scenario frammentato, qual è la posizione dell'Italia? Iuvinale è stato chiaro: l'obiettivo primario del governo è mantenere la stabilità delle regole fiscali per le imprese. Una stabilità che non significa immobilismo, ma prevedibilità. Le aziende — ha lasciato intendere il funzionario del Mef — hanno bisogno di un orizzonte normativo certo per pianificare i propri investimenti, soprattutto in un momento in cui le catene del valore globali vengono ridisegnate a ritmo accelerato.
La politica fiscale italiana si muove quindi su un doppio binario. Da un lato, il rispetto degli impegni assunti in sede europea e internazionale, con il recepimento della direttiva sulla minimum tax e l'adeguamento della normativa interna. Dall'altro, un lavoro diplomatico incessante per evitare che il disallineamento tra le posizioni di Washington e Bruxelles finisca per penalizzare le imprese europee — e italiane in particolare — esposte a regimi fiscali asimmetrici.
Non è un caso che il tema della stabilità fiscale per le imprese si intrecci con questioni più ampie di governance internazionale, dalla gestione dei flussi migratori alla mobilità dei lavoratori qualificati, terreni su cui l'Italia è chiamata a prendere posizioni nette, come dimostra anche il recente appello di 40 esperti sul referendum sulla cittadinanza e il lavoro.
Il ruolo dell'OCSE e la revisione delle regole
Uno degli aspetti più significativi emersi dall'intervento di Iuvinale riguarda il lavoro in corso per promuovere una revisione delle regole internazionali in ambito OCSE. Non si tratta di smantellare quanto costruito negli ultimi anni, ma di adattare il framework esistente a una realtà geopolitica profondamente mutata rispetto al 2021, quando l'accordo sulla minimum tax fu siglato.
L'OCSE resta il foro privilegiato per il negoziato, ma la sua capacità di produrre soluzioni condivise è messa alla prova. Il cosiddetto Pillar One — che avrebbe dovuto riallocare i diritti di imposizione sui profitti delle multinazionali digitali — è sostanzialmente in stallo. Il Pillar Two, quello della minimum tax, procede a velocità variabile a seconda delle giurisdizioni.
L'Italia, ha fatto capire Iuvinale, intende giocare un ruolo attivo in questa partita. La presidenza italiana del G7, conclusasi nel 2024, ha lasciato un'eredità diplomatica che Roma vuole capitalizzare. La riforma della fiscalità internazionale non può essere imposta da un singolo attore, ma richiede un paziente lavoro di tessitura — esattamente il tipo di diplomazia economica in cui il Mef è impegnato.
Resta una domanda di fondo, che l'Ey Tax Talk 2026 ha contribuito a mettere a fuoco senza poterla risolvere: è ancora possibile una governance fiscale globale in un mondo che si frammenta? La risposta, per ora, è sospesa tra la volontà politica e la forza dei fatti.