Indice: Il caso di Venezia: il primo riconoscimento clinico in Italia | Come si sviluppa la dipendenza da intelligenza artificiale | I segnali da non confondere con l'uso intenso | Il nodo diagnostico: perché la dipendenza da AI non è ancora nel DSM | I dati italiani e il contesto internazionale | Come funziona il trattamento | Domande frequenti
Il caso di Venezia: il primo riconoscimento clinico in Italia
Non è la prima volta che sentiamo parlare di "dipendenza da AI", ma a Venezia, a maggio 2026, il Servizio per le dipendenze del Servizio Sanitario Nazionale ha preso in carico la sua prima paziente per dipendenza comportamentale da intelligenza artificiale. La paziente è una giovane di 20 anni che aveva sviluppato nel tempo un rapporto esclusivo con un assistente virtuale online, riducendo progressivamente i contatti con persone reali e affidando all'algoritmo ogni forma di supporto emotivo. La direttrice del Serd veneziano, Laura Suardi, ha spiegato che i sistemi conversazionali moderni costruiscono risposte sempre più personalizzate adattandosi ai bisogni dell'utente. Più il software apprende le fragilità di una persona, più riesce a restituire conferme rassicuranti: è questo meccanismo di rinforzo positivo continuo, comune a molte forme di dipendenza comportamentale, a rendere il confine tra uso intenso e uso patologico difficile da tracciare.
Come si sviluppa la dipendenza da intelligenza artificiale
I ricercatori hanno identificato tre principali pattern di dipendenza da chatbot, descritti in una pubblicazione presentata alla CHI Conference 2026 sugli Human Factors in Computing Systems:
- Escapist Roleplay: l’utente usa l’intelligenza artificiale come rifugio in mondi immaginari, roleplay e relazioni simulate.
- Pseudosocial Companion: si sviluppa un legame emotivo con il chatbot, percepito come amico, partner o principale fonte di supporto affettivo.
- Epistemic Rabbit Hole: l’interazione diventa compulsiva attraverso la ricerca continua di informazioni, spiegazioni e conversazioni senza fine con l’assistente virtuale.
In tutti e tre i casi il meccanismo di rinforzo è simile: il sistema restituisce risposte coerenti con le aspettative dell’utente, alimentando un ciclo costante di conferma emotiva e riducendo progressivamente la tolleranza alla frustrazione tipica delle relazioni umane reali.
I segnali da non confondere con l'uso intenso
Riconoscere la dipendenza da AI è complicato perché molti segnali, presi singolarmente, sono indistinguibili dall'uso frequente. Gli specialisti indicano alcune combinazioni che, persistendo nel tempo, richiedono attenzione clinica.
Riduzione del sonno e del rendimento: quando le sessioni con il chatbot si prolungano sistematicamente, sottraendo ore al sonno o alle attività quotidiane per settimane, il segnale richiede attenzione. Un episodio isolato non costituisce un criterio diagnostico; la persistenza sì.
Preferenza strutturale per il digitale: la preferenza occasionale per un chatbot è normale. Quella strutturale, accompagnata da disagio nel contatto umano e da riduzione progressiva delle relazioni reali, corrisponde a uno dei criteri osservati dai clinici nelle dipendenze comportamentali.
Irritabilità alla disconnessione: la difficoltà a tollerare l'assenza del chatbot, la ricerca immediata di riconnessione, la sensazione di vuoto al di fuori dello schermo sono indicatori che gli specialisti delle dipendenze comportamentali associano alla perdita di controllo sul comportamento.
Il nodo diagnostico: perché la dipendenza da AI non è ancora nel DSM
DSM-5 e ICD-11, i due manuali diagnostici di riferimento a livello internazionale, non riconoscono ancora la dipendenza da AI come categoria diagnostica distinta. L'unica dipendenza comportamentale non legata a sostanze pienamente codificata nel DSM-5 è il disturbo da gioco d'azzardo; il disturbo da gaming è presente nell'ICD-11 ma classificato nell'area delle condizioni da sottoporre a ulteriore studio. Il gaming disorder ha impiegato circa dieci anni di ricerche sistematiche per raggiungere il riconoscimento ufficiale: i primi lavori scientifici risalgono al 2010-2013, la classificazione ICD-11 è del 2019. I ricercatori del settore indicano che la dipendenza da chatbot si trova oggi nella stessa fase pre-diagnostica che il gaming disorder occupava tra il 2013 e il 2015. L'assenza di una classificazione ufficiale non equivale all'assenza del problema: significa che i protocolli di trattamento non sono ancora standardizzati e che i clinici operano applicando i criteri delle dipendenze comportamentali più vicine per analogia.
I dati italiani e il contesto internazionale
Un'indagine di Save the Children condotta su 800 teenager italiani tra 15 e 19 anni, ad agosto 2025, ha rilevato che il 42% dei giovani si rivolge all'AI quando si sente triste, ansioso o deve affrontare decisioni importanti. Negli Stati Uniti, lo studio pubblicato su JAMA Network Open (novembre 2025) ha stimato che circa 1 giovane su 8 (13,1%) usa chatbot per consulenze sulla salute mentale; il dato sale al 22,2% tra i 18-24enni. Il Pew Research Center indica che il 64% dei teenager americani usa chatbot, con circa 3 su 10 che lo fanno ogni giorno. L'Italia aveva già segnalato un campanello d'allarme nel 2023, quando il Garante per la protezione dei dati personali aveva temporaneamente bloccato l'app Replika per assenza di sistemi di verifica dell'età.
Come funziona il trattamento
Non esiste un protocollo clinico specifico per la dipendenza da AI; il caso veneziano è trattato con gli strumenti già disponibili per le dipendenze comportamentali senza sostanza. Il percorso del Serd veneziano include psicologi, psichiatri e il coinvolgimento dei familiari, con l'obiettivo di ricostruire relazioni reali e ripristinare la tolleranza alla complessità delle interazioni umane. Gli specialisti del settore non indicano la restrizione tecnologica totale come soluzione: l'approccio clinico si concentra sulle cause sottostanti, come la difficoltà nel relazionarsi, la solitudine o l'ansia sociale, che il chatbot ha amplificato senza risolvere.
Domande frequenti
Quanto tempo con un chatbot è considerato problematico?
Non esiste una soglia oraria universale. Il fattore rilevante non è il numero di ore ma la presenza di interferenze concrete: riduzione del sonno, isolamento sociale, difficoltà a svolgere le attività quotidiane o disagio marcato quando il chatbot non è disponibile. Una persona che usa il chatbot quattro ore al giorno senza conseguenze funzionali è in una situazione diversa da chi lo usa due ore ma sviluppa irritabilità e ritiro.
Un adolescente che parla con un chatbot invece degli amici deve preoccuparsi?
L'uso occasionale del chatbot come valvola di sfogo non è di per sé patologico. Il segnale di allerta emerge quando la preferenza diventa strutturale: l'adolescente riduce progressivamente i contatti reali, mostra disagio nelle interazioni faccia a faccia e trova difficile immaginare la propria vita senza il chatbot. La combinazione di questi elementi, persistente nel tempo, richiede un confronto con un clinico.
Esistono trattamenti specifici per la dipendenza da AI?
Non esistono protocolli clinici specifici validati a livello internazionale. I centri che trattano questa forma di dipendenza applicano le linee guida delle dipendenze comportamentali già riconosciute. I Serd in Italia hanno esperienza con dipendenze senza sostanza, dal gioco d'azzardo al gaming fino all'uso patologico dello smartphone, e applicano gli stessi strumenti clinici al caso della dipendenza da chatbot.
Come si accede a un Serd?
I Serd del Servizio Sanitario Nazionale sono accessibili su richiesta diretta della persona interessata o dei familiari, senza necessità di prescrizione medica. La prima visita è di valutazione e non comporta l'avvio automatico di un percorso terapeutico. Il medico di base può facilitare il contatto, ma non è un passaggio obbligatorio. Il caso veneziano non è un'anomalia isolata ma il primo punto di emersione documentato di un fenomeno che la ricerca scientifica segue da anni e che i sistemi sanitari stanno imparando a trattare. Mentre i manuali diagnostici aggiornano le loro categorie con il ritardo fisiologico rispetto all'evoluzione tecnologica, la domanda clinica non aspetta. Per le persone e le famiglie che riconoscono i segnali descritti, il Serd di riferimento è il primo interlocutore, anche in assenza di una diagnosi formale.