Studenti e docenti hanno animato una cinquantina di piazze italiane il 7 maggio 2026, in sciopero contro la riforma degli istituti tecnici e professionali firmata dal ministro Giuseppe Valditara. Da Roma a Napoli, da Torino a Firenze, le manifestazioni hanno unito la contestazione del decreto attuativo, la denuncia del precariato nelle scuole e lo slogan "Soldi alla scuola, non alla guerra".
I numeri della riforma contestata
Il decreto attuativo, in vigore per le classi prime a partire dall’anno scolastico 2026/2027, prevede 627 ore tagliate nel quinquennio sulle discipline dell’istruzione generale. Il ridisegno dei quadri orari produrrebbe inoltre 576 docenti in meno negli organici degli istituti tecnici, secondo le elaborazioni dei sindacati di categoria che hanno indetto lo sciopero.
I tagli più consistenti riguardano le materie di base. Italiano scende da 4 a 3 ore settimanali nel triennio, con una perdita di 33 ore nell’intero percorso quinquennale. Le scienze integrate perdono 132 ore. Il provvedimento accorpa geografia e storia in un’unica disciplina e riunisce scienze, chimica e fisica sotto la voce "Scienze sperimentali". Il monte orario settimanale rimane a 32 ore, ma la redistribuzione sposta il peso verso le materie di indirizzo tecnico-professionale.
Per i manifestanti la riforma propone più centralità per le materie di indirizzo, tagliando però di netto su tutte le altre, con il rischio di formare studenti non pronti per percorsi di istruzione superiore o per un mercato del lavoro che chiede competenze trasversali. Le organizzazioni sindacali e studentesche chiedono il ritiro del decreto o la sospensione dell’applicazione prima dell’avvio del prossimo anno scolastico. Tra le sigle aderenti allo sciopero figurano le principali confederazioni del settore, che da mesi chiedono al Ministero una revisione condivisa dei nuovi quadri orari.
Fiori nei fucili e lo slogan anti-guerra
A Roma, il presidio davanti al Ministero dell’Istruzione ha avuto il simbolo più visibile della giornata: studenti schierati con fucili di plastica, ognuno con un fiore nella canna. Il gesto richiama la tradizione del movimento pacifista degli anni Settanta e accompagna la richiesta di spostare risorse dalla spesa militare all’istruzione.
Lo slogan "Soldi alla scuola, non alla guerra" ha scandito anche le piazze di Napoli, Torino, Bologna e Genova, nella stessa giornata in cui il Segretario di Stato americano Marco Rubio era a Roma per incontrare il Papa. Nelle piazze hanno sventolato centinaia di bandiere cubane con striscioni di solidarietà alla Flotilla. In alcune città i manifestanti hanno posizionato grandi timer che rappresentano una sveglia rivolta al Governo: "Il tempo è finito", hanno spiegato i promotori della mobilitazione.
La riforma degli istituti tecnici entrerà in vigore per le prime classi a settembre 2026. Nelle prossime settimane la pressione sindacale e studentesca potrà portare a nuove iniziative di protesta, prima che i nuovi quadri orari diventino operativi nell’anno scolastico in arrivo.
Domande frequenti
Quali sono le principali motivazioni dello sciopero del 7 maggio 2026?
Lo sciopero è stato indetto contro la riforma degli istituti tecnici e professionali, che prevede tagli alle ore delle discipline generali e una riduzione degli organici, oltre a denunciare il precariato e chiedere maggiori investimenti nell'istruzione rispetto alla spesa militare.
In cosa consiste la riforma degli istituti tecnici e quali tagli prevede?
La riforma, in vigore dal 2026/2027, prevede il taglio di 627 ore di discipline generali nel quinquennio, una riduzione di 576 docenti negli organici tecnici e la diminuzione delle ore di materie di base come italiano e scienze, a favore delle materie di indirizzo tecnico-professionale.
Quali rischi denunciano sindacati e studenti riguardo la riforma?
Secondo i manifestanti, la riforma rischia di ridurre la preparazione generale degli studenti, rendendoli meno pronti per l’istruzione superiore e per il mercato del lavoro che richiede competenze trasversali.
Cosa significa lo slogan 'Soldi alla scuola, non alla guerra'?
Lo slogan esprime la richiesta di destinare maggiori risorse all’istruzione piuttosto che alla spesa militare, sottolineando la necessità di investire nella formazione dei giovani invece che in armamenti.
Quali iniziative hanno caratterizzato le manifestazioni in tutta Italia?
Le manifestazioni hanno visto presidi in circa cinquanta piazze, con studenti e docenti che hanno usato simboli pacifisti come fiori nei fucili giocattolo e timer giganti per richiamare l’attenzione del governo, oltre a bandiere e striscioni contro la guerra.
Quando entrerà in vigore la riforma e quali sono le prospettive future?
La riforma entrerà in vigore per le prime classi a settembre 2026; nelle prossime settimane le organizzazioni sindacali e studentesche prevedono nuove iniziative per chiedere il ritiro o la sospensione del decreto prima dell’inizio del nuovo anno scolastico.