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Iraq, l'allarme di padre Baho: "Cristiani in fuga dal Kurdistan, viviamo nell'angoscia dei missili iraniani"
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Iraq, l'allarme di padre Baho: "Cristiani in fuga dal Kurdistan, viviamo nell'angoscia dei missili iraniani"

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Il sacerdote denuncia il rischio di un nuovo esodo di massa dalla piana di Ninive. I droni sorvolano senza sosta le comunità cristiane, mentre molti fedeli che erano tornati a Mosul stanno nuovamente abbandonando le proprie case.

L'allarme di padre Baho dal Kurdistan iracheno

La voce di padre Ghazwan Baho arriva dal Kurdistan iracheno con il tono di chi ha smesso di credere nelle rassicurazioni. Il sacerdote lancia un allarme che non è nuovo nella storia travagliata dei cristiani in Iraq, ma che nel 2026 assume contorni particolarmente drammatici: il rischio concreto di un esodo di massa dalle terre in cui queste comunità vivono da quasi duemila anni.

I missili iraniani, stando a quanto riferisce padre Baho, hanno colpito aree a ridosso della sua parrocchia. La struttura, per ora, è stata risparmiata. Ma la parola chiave è "per ora". Perché quando le esplosioni si avvicinano a poche centinaia di metri dalle case, la distinzione tra essere colpiti e non esserlo diventa poco più che una questione di sorte.

Mosul, il ritorno interrotto dei cristiani

C'è un dato che rende questa crisi ancora più amara. Prima dell'ultima escalation del conflitto, molti cristiani avevano iniziato a tornare a Mosul e nella piana di Ninive. Era un segnale di speranza, faticosamente conquistato dopo anni di esilio forzato seguiti alla devastazione portata dall'ISIS. Famiglie che avevano ricostruito le proprie abitazioni, riaperto piccole attività, rimesso piede nelle chiese restaurate.

Ora quel processo si è bruscamente interrotto. Anzi, si è invertito. Chi era tornato sta facendo di nuovo le valigie. Chi stava pensando di rientrare ha accantonato ogni progetto. La fiducia, quella risorsa fragile e indispensabile per ricostruire una comunità, si è dissolta nel rumore dei razzi.

La situazione dei cristiani di Mosul è emblematica di un paradosso che attraversa l'intero Medio Oriente: comunità antichissime, radicate nel territorio ben prima dell'arrivo dell'Islam, che si trovano sistematicamente esposte alle conseguenze di conflitti geopolitici sui quali non hanno alcuna voce in capitolo.

Droni e missili: la quotidianità sotto assedio

Il racconto di padre Baho restituisce un quadro di tensione permanente. Sopra il Kurdistan iracheno c'è un continuo via vai di droni. Non si tratta di episodi isolati, ma di una presenza costante che trasforma il cielo in una minaccia. Per le famiglie cristiane della regione, il rombo di un drone non è più un rumore di fondo: è il segnale che qualcosa potrebbe accadere da un momento all'altro.

I missili iraniani che raggiungono il territorio iracheno colpiscono obiettivi che Teheran identifica come minacce alla propria sicurezza nazionale, ma le ricadute investono inevitabilmente anche la popolazione civile. E tra i civili, le minoranze religiose sono sempre le più vulnerabili, prive di milizie proprie e di protezione politica adeguata.

La parrocchia di padre Baho, come detto, è stata finora risparmiata. Ma il sacerdote non si fa illusioni. Sa bene che la prossimità agli impatti non è una garanzia di incolumità futura, semmai il contrario. E sa che per una comunità già decimata da decenni di persecuzioni, basta molto meno di un missile diretto per provocare una fuga.

Il rischio di un esodo irreversibile

I numeri raccontano una storia lunga e dolorosa. I cristiani in Iraq erano circa 1,5 milioni prima dell'invasione americana del 2003. Oggi le stime più ottimistiche parlano di 200-300 mila. Ogni nuova crisi assottiglia ulteriormente una presenza che rischia di diventare simbolica, residuale, destinata a scomparire nel giro di una generazione.

Padre Baho parla esplicitamente del pericolo di un esodo irreversibile. Non usa mezzi termini, perché la posta in gioco è troppo alta per la diplomazia verbale. Se l'escalation tra Iran e le forze presenti sul territorio iracheno dovesse proseguire, o peggio intensificarsi, le comunità cristiane del Kurdistan potrebbero svuotarsi definitivamente.

La comunità internazionale, come spesso accade quando si tratta delle minoranze cristiane del Medio Oriente, oscilla tra dichiarazioni di principio e una sostanziale impotenza operativa. Le organizzazioni umanitarie segnalano da tempo la fragilità di queste comunità, ma i canali diplomatici sembrano concentrati su altri tavoli.

Resta il fatto che ciò che sta accadendo nel Kurdistan iracheno non è soltanto una questione di sicurezza militare. È la possibile fine di una presenza culturale, religiosa e umana che ha attraversato i secoli. E le parole di padre Baho, pronunciate dall'interno di una parrocchia che potrebbe essere il prossimo bersaglio, hanno il peso di una testimonianza che la storia, prima o poi, chiederà di aver ascoltato.

Pubblicato il: 2 aprile 2026 alle ore 09:51

Domande frequenti

Quali sono le principali minacce che affrontano i cristiani nel Kurdistan iracheno secondo padre Baho?

Secondo padre Baho, le principali minacce sono i missili iraniani che colpiscono aree vicine alle comunità cristiane e la presenza costante di droni, che generano un clima di angoscia e insicurezza quotidiana.

Perché il ritorno dei cristiani a Mosul e nella piana di Ninive si è interrotto?

Il ritorno si è interrotto a causa dell'escalation del conflitto e dei nuovi attacchi missilistici, che hanno fatto perdere fiducia alle famiglie cristiane e le hanno spinte nuovamente a lasciare le loro case appena ricostruite.

Qual è la situazione demografica attuale dei cristiani in Iraq rispetto al passato?

Prima del 2003 i cristiani in Iraq erano circa 1,5 milioni; oggi ne rimangono solo 200-300 mila. Le continue crisi e persecuzioni hanno drasticamente ridotto la loro presenza nel Paese.

Cosa rischia di accadere alle comunità cristiane se il conflitto dovesse intensificarsi?

Se il conflitto tra Iran e le forze presenti in Iraq dovesse intensificarsi, c'è il rischio concreto di un esodo irreversibile dei cristiani dal Kurdistan e dalla regione, con la possibile scomparsa definitiva di queste antiche comunità.

Come reagisce la comunità internazionale alla crisi dei cristiani in Kurdistan iracheno?

La comunità internazionale si limita spesso a dichiarazioni di principio, ma manca di un'azione concreta ed efficace. Le organizzazioni umanitarie segnalano la vulnerabilità delle comunità cristiane, mentre la diplomazia internazionale appare poco incisiva.

Antonello Torchia

Articolo creato da

Antonello Torchia

Direttore Responsabile di EduNews24.it Antonello Torchia è giornalista professionista, politologo e geografo, con un percorso formativo e professionale di ampio respiro che integra competenze in ambito economico, geopolitico, comunicativo e territoriale. Vanta una solida formazione accademica multidisciplinare: ha conseguito la Laurea in Economia e Commercio (quadriennale, Vecchio Ordinamento), la Laurea Magistrale in Relazioni Internazionali (LM-52) con la votazione di 110/110 e lode, e la Laurea Magistrale in Scienze Geografiche (LM-80). Un trittico di competenze che gli consente di leggere i fenomeni contemporanei con una prospettiva che abbraccia le dinamiche economiche, le relazioni tra Stati e le dimensioni spaziali e territoriali della società. Nel corso della sua carriera ha maturato una significativa esperienza nella comunicazione istituzionale e politica, collaborando con emittenti televisive e testate della carta stampata. Questa esperienza sul campo gli ha conferito una padronanza trasversale dei linguaggi mediatici, dalla televisione al digitale. Attualmente ricopre il ruolo di Direttore Responsabile di EduNews24.it, testata giornalistica online dedicata al mondo dell'istruzione, della formazione e delle politiche educative italiane ed europee, dove cura la linea editoriale e supervisiona la produzione di contenuti rivolti a docenti, studenti, istituzioni e operatori del settore educativo. È inoltre docente di Comunicazione presso la SSML Città di Lamezia Terme, istituto universitario specializzato nella mediazione linguistica, dove mette a disposizione delle nuove generazioni di professionisti della comunicazione il proprio bagaglio di competenze giornalistiche, analitiche e accademiche.

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