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Salari in Italia, il recupero che i contratti non riescono a garantire: cosa dice il rapporto Cisl
Lavoro

Salari in Italia, il recupero che i contratti non riescono a garantire: cosa dice il rapporto Cisl

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Le retribuzioni contrattuali hanno perso il 6,4% rispetto al 2019. Quelle di fatto limitano il danno all'1,7%, ma il divario racconta una fragilità strutturale del sistema

Il quadro che emerge dal rapporto Cisl

I numeri, quando sono netti, parlano da soli. E quelli contenuti nel rapporto sulla contrattazione collettiva pubblicato dalla Cisl per il secondo semestre del 2025 lasciano poco spazio alle interpretazioni ottimistiche: dal 2019 a oggi, le retribuzioni contrattuali dei lavoratori italiani hanno subito una perdita reale del 6,4%. Significa che, a parità di ore lavorate e mansioni svolte, chi dipende esclusivamente dagli aumenti previsti dai contratti nazionali si ritrova con un potere d'acquisto sensibilmente inferiore a quello di sei anni fa.

Il dato non è del tutto inatteso. Chi segue l'evoluzione del mercato del lavoro in Italia sa bene che la dinamica salariale nel nostro Paese sconta ritardi cronici nei rinnovi contrattuali e meccanismi di adeguamento che faticano a tenere il passo dell'inflazione. Ma vederlo nero su bianco, certificato da uno dei principali sindacati confederali, conferisce alla questione un peso politico che sarà difficile ignorare.

Retribuzioni contrattuali e retribuzioni di fatto: due storie diverse

C'è però un secondo dato, meno drammatico, che merita attenzione. Le cosiddette retribuzioni di fatto, quelle che comprendono anche straordinari, premi di produttività, indennità variabili e ogni altra voce accessoria della busta paga, mostrano una perdita contenuta all'1,7% rispetto al 2019.

La differenza tra le due cifre è rivelatrice. Quasi cinque punti percentuali di scarto raccontano una realtà in cui il recupero salariale non passa dai contratti nazionali, bensì da tutto ciò che li circonda: la contrattazione aziendale e territoriale, gli straordinari, le componenti variabili legate alla produttività. In sostanza, i lavoratori hanno compensato parte della perdita lavorando di più o beneficiando di accordi integrativi che non tutti, evidentemente, possono vantare.

È un meccanismo che funziona, certo, ma in modo diseguale. Chi lavora in grandi aziende con una solida tradizione di contrattazione di secondo livello ha strumenti per attutire il colpo. Chi invece è impiegato in piccole imprese, nel terziario frammentato o nei settori a bassa sindacalizzazione resta esposto alla rigidità dei minimi contrattuali. Il risultato è una polarizzazione retributiva che si allarga, spesso invisibile nelle medie statistiche.

Il ruolo delle politiche fiscali nel contenimento delle perdite

Stando a quanto emerge dal rapporto, un contributo al contenimento della perdita di potere d'acquisto è arrivato anche dal versante fiscale. Le politiche di riduzione delle aliquote per i redditi medio-bassi, messe in campo dal governo negli ultimi anni, hanno di fatto aumentato il netto in busta paga senza che questo si riflettesse nelle tabelle retributive dei contratti collettivi.

Si tratta di un intervento significativo, che ha permesso a milioni di lavoratori dipendenti di vedere qualche decina di euro in più ogni mese. Ma è anche, per sua natura, un intervento congiunturale e reversibile. Le aliquote possono cambiare, i bonus possono non essere rifinanziati. E soprattutto, la leva fiscale non sostituisce la dinamica salariale: la tampona.

Il punto è proprio questo. Se il recupero dei salari reali dipende in larga misura da straordinari, indennità variabili e sgravi fiscali piuttosto che da aumenti strutturali dei minimi contrattuali, il sistema poggia su fondamenta fragili. Basta un rallentamento economico, una riduzione delle ore di straordinario o un cambio di rotta nella politica fiscale perché quel sottile margine di compensazione si dissolva.

Un sistema contrattuale che arranca

La fotografia scattata dalla Cisl riporta al centro del dibattito un tema che attraversa trasversalmente il mondo del lavoro italiano: la capacità della contrattazione collettiva di garantire adeguamenti salariali in linea con il costo della vita.

L'Italia, va ricordato, è l'unico grande Paese europeo a non avere un salario minimo legale. Il sistema si regge interamente sulla contrattazione tra le parti sociali, che però sconta tempi lunghi, rinnovi spesso in ritardo e aumenti che, storicamente, tendono a inseguire l'inflazione piuttosto che anticiparla. Il biennio 2022-2023, con la fiammata inflazionistica legata alla crisi energetica, ha reso questo limite strutturale ancora più evidente.

Non mancano segnali di adattamento. In diversi settori i rinnovi contrattuali più recenti hanno previsto aumenti più consistenti rispetto al passato, e la contrattazione di secondo livello sta guadagnando terreno anche in comparti dove era tradizionalmente assente. Ma la velocità del cambiamento resta insufficiente rispetto alla portata del problema. Il dato del -6,4% sulle retribuzioni contrattuali è lì a dimostrarlo.

Peraltro, la questione salariale si intreccia con le trasformazioni più ampie del mercato del lavoro. La crescente importanza delle competenze digitali sta ridisegnando le gerarchie retributive, premiando profili ad alta specializzazione e lasciando indietro chi non riesce ad aggiornare il proprio bagaglio professionale. Il rischio è che il divario salariale si allarghi non solo tra settori, ma anche all'interno dello stesso comparto.

Cosa aspettarsi nei prossimi mesi

La questione resta aperta, e le prossime tornate di rinnovi contrattuali saranno un banco di prova decisivo. I sindacati, Cisl in testa, puntano a ottenere aumenti che non si limitino a rincorrere l'inflazione passata ma incorporino meccanismi di recupero strutturale. Le associazioni datoriali, dal canto loro, sollevano il tema della produttività come condizione necessaria per qualsiasi aumento significativo.

Nel frattempo, il governo dovrà decidere se confermare e rafforzare le misure fiscali a favore dei redditi medio-bassi o se la coperta, già corta, costringerà a scelte diverse. L'ipotesi di un intervento più organico sul cuneo fiscale circola da tempo nei palazzi romani, ma le compatibilità di bilancio impongono cautela.

Quello che il rapporto Cisl mette in chiaro, al di là delle singole cifre, è che il sistema retributivo italiano si trova in una fase di transizione delicata. Il recupero c'è, ma è parziale, disomogeneo e affidato a strumenti che non garantiscono stabilità. Per milioni di lavoratori, la distanza tra la busta paga e il costo della vita quotidiana resta una realtà concreta, non un'astrazione statistica.

Pubblicato il: 14 aprile 2026 alle ore 09:51

Domande frequenti

Qual è la perdita reale delle retribuzioni contrattuali in Italia secondo il rapporto Cisl?

Dal 2019 a oggi, le retribuzioni contrattuali dei lavoratori italiani hanno subito una perdita reale del 6,4%, evidenziando una significativa riduzione del potere d'acquisto rispetto a sei anni fa.

Perché esiste una differenza tra retribuzioni contrattuali e retribuzioni di fatto?

Le retribuzioni di fatto includono straordinari, premi di produttività e indennità variabili, che hanno permesso di limitare la perdita al 1,7%. Questo scarto è dovuto alla presenza di accordi integrativi e componenti variabili che non tutti i lavoratori possono ottenere.

Qual è stato il ruolo delle politiche fiscali nella tutela del potere d'acquisto dei lavoratori?

Le politiche di riduzione delle aliquote per i redditi medio-bassi hanno permesso di aumentare il netto in busta paga, offrendo un parziale contenimento della perdita di potere d'acquisto. Tuttavia, tali misure sono temporanee e non possono sostituire aumenti strutturali dei salari.

Quali sono le principali debolezze del sistema contrattuale italiano secondo il rapporto?

Il sistema contrattuale italiano soffre di ritardi nei rinnovi, adeguamenti salariali spesso insufficienti e l'assenza di un salario minimo legale. Questi fattori rendono difficile garantire aumenti salariali adeguati rispetto al costo della vita, specialmente in periodi di alta inflazione.

Cosa si prevede per i salari nei prossimi mesi secondo il rapporto Cisl?

Le prossime tornate di rinnovi contrattuali saranno cruciali per ottenere aumenti più significativi, ma la loro efficacia dipenderà anche dalle decisioni del governo sulle misure fiscali. Il recupero salariale resta parziale e disomogeneo, con rischi di instabilità per molti lavoratori.

Savino Grimaldi

Articolo creato da

Savino Grimaldi

Giornalista Pubblicista Savino Grimaldi è un giornalista laureando in Economia e Commercio, con una solida esperienza maturata nel settore della formazione. Da anni lavora con competenza nell’ambito della formazione professionale, distinguendosi per una conoscenza approfondita delle politiche attive del lavoro e delle dinamiche che legano istruzione, occupazione e sviluppo delle competenze. Alla preparazione economica e professionale affianca una grande passione per la lettura e per il giornalismo, che ne arricchiscono il profilo umano e culturale. Spazia con disinvoltura tra diverse tematiche, offrendo sempre il proprio punto di vista con equilibrio, sensibilità e spirito critico.

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