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In Italia il lavoro si trova ancora con il passaparola: i dati Istat smontano il mito degli annunci online
Lavoro

In Italia il lavoro si trova ancora con il passaparola: i dati Istat smontano il mito degli annunci online

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I microdati Istat 2025 rivelano che oltre il 57% degli occupati italiani ha trovato impiego tramite relazioni dirette. Gli annunci online pesano appena il 4,2%.

Sommario

C'è un paradosso che attraversa il mercato del lavoro italiano e che i numeri rendono ormai difficile da ignorare. Milioni di persone inviano curriculum, rispondono ad annunci, aggiornano profili su piattaforme digitali. Eppure, quando si guarda a chi un'occupazione l'ha effettivamente ottenuta, il quadro racconta una storia molto diversa. Secondo i microdati Istat del 2025, un occupato su quattro deve il proprio impiego alla rete informale, cioè ad amici, conoscenti, ex colleghi o parenti. Se si sommano tutte le forme di relazione diretta, compreso chi si è presentato personalmente in azienda o è stato contattato dal datore di lavoro, si supera il 57 per cento. Gli annunci su giornali, siti e piattaforme online? Pesano il 4,2 per cento. Poco più di una nota a margine.

Il peso delle relazioni personali nel mercato del lavoro

I numeri meritano di essere letti con attenzione. Tra i circa 24 milioni di occupati italiani, il 26 per cento ha trovato lavoro presentandosi direttamente all'azienda, il 16 per cento grazie ad amici e conoscenti, il 9 per cento tramite parenti. Un ulteriore 5,5 per cento è stato contattato direttamente dal datore di lavoro. La rete informale, intesa come segnalazioni e passaparola all'interno della propria cerchia, vale complessivamente il 25 per cento: sono circa 6,1 milioni di persone che devono la propria occupazione a una conoscenza personale. Le differenze di genere, su questo fronte, sono minime: 26 per cento per gli uomini, 25 per cento per le donne. A cambiare è piuttosto il ricorso ai canali istituzionali, concorsi pubblici, centri per l'impiego e agenzie. Le donne li utilizzano nel 21 per cento dei casi contro il 13 per cento degli uomini, dato che riflette la maggiore presenza femminile nel settore pubblico. Il 17 per cento delle lavoratrici ha ottenuto il posto tramite concorso, contro il 10 per cento dei colleghi maschi. È un mercato del lavoro che funziona su binari paralleli, dove il canale formale e quello informale servono segmenti diversi della popolazione.

Cercare lavoro non significa trovarlo

Ecco il cuore del paradosso. I dati Istat permettono di confrontare due fotografie: come gli occupati hanno trovato il proprio impiego e quali strumenti usano i circa 1,6 milioni di disoccupati attualmente in cerca. Tra chi cerca, i canali digitali dominano: il 57 per cento esamina offerte, il 54 per cento invia curriculum, il 40 per cento risponde ad annunci. Quasi quattro disoccupati su dieci si affidano agli annunci online. Ma tra chi il lavoro lo ha ottenuto, quel canale pesa solo il 4,2 per cento. Lo scarto è enorme. La rete informale, al contrario, mostra un rapporto tra investimento e risultato assai più favorevole: il 71 per cento dei disoccupati contatta amici e conoscenti, il 61 per cento i parenti, e il canale informale produce effettivamente il 25 per cento delle assunzioni. Un dato particolarmente rivelatore emerge osservando la durata della disoccupazione. Chi è senza lavoro da meno di un mese usa rete informale e strumenti digitali in misura paritaria, attorno al 50 per cento. Ma col passare dei mesi la rete personale prende il sopravvento: dopo sei-undici mesi sale al 76 per cento, tra chi è disoccupato da oltre due anni raggiunge l'86 per cento. Il ricorso ai parenti passa dal 43 per cento iniziale al 73 per cento. La famiglia diventa, nei fatti, l'ultimo appiglio. Chi cerca nuove opportunità di lavoro attraverso i canali ufficiali rischia di sottovalutare quanto il tessuto relazionale resti decisivo.

Giovani, istruzione e il divario generazionale

I più giovani sono quelli che dipendono maggiormente dalle conoscenze personali. Tra chi ha meno di vent'anni, la rete informale pesa il 37 per cento, e il contatto diretto con il datore di lavoro arriva al 43 per cento. Nella fascia 20-29 anni i valori restano elevati: 30 e 37 per cento rispettivamente. In pratica, alle prime esperienze lavorative ci si presenta o ci si fa presentare. Con l'avanzare dell'età il peso della rete informale scende gradualmente fino al 21 per cento per gli over 60, mentre crescono i canali istituzionali, dal 7 per cento dei giovanissimi al 21 per cento degli ultrasessantenni. Il livello di istruzione è però la variabile che differenzia più nettamente i percorsi. Per chi ha al massimo la licenza media, la rete informale vale il 35 per cento, con amici e conoscenti al 23 per cento e parenti al 13 per cento. I canali istituzionali pesano appena il 7,1 per cento. Il quadro si ribalta per i laureati: la rete informale scende al 12 per cento, i canali istituzionali salgono al 29 per cento, trainati dal concorso pubblico. Anche gli annunci, pur restando marginali, valgono il doppio per i laureati rispetto a chi ha la licenza media. Chi ha meno istruzione, e tendenzialmente un reddito più basso, dipende in misura molto maggiore dalle relazioni personali. È un dato che interroga direttamente le politiche per l'occupazione e che si intreccia con il più ampio dibattito sull'inclusione nel mercato del lavoro, tema al centro anche del recente appello di 40 esperti per un futuro più giusto.

Le fratture territoriali: Nord contro Mezzogiorno

Le differenze geografiche rispecchiano tre strutture economiche profondamente diverse. Il Mezzogiorno presenta il peso più elevato del contatto diretto con il datore di lavoro, al 35 per cento, ma anche la quota più bassa di annunci: appena l'1,9 per cento. Al Nord gli annunci pesano il 5,9 per cento, più del triplo. Il dato più emblematico riguarda le agenzie private di somministrazione: al Nord valgono il 4,2 per cento, al Mezzogiorno lo 0,7 per cento. Dove c'è più industria e imprese strutturate, come quelle che investono sulla qualità del lavoro, i canali formali funzionano. Dove il mercato è frammentato, il passaparola resta la via principale. Un dato apparentemente controintuitivo: la rete informale vale il 27 per cento al Nord e al Centro, ma scende al 21 per cento nel Mezzogiorno. La spiegazione sta nel peso molto maggiore che al Sud ha la presentazione diretta in azienda, pari al 31 per cento. Anche i settori mostrano differenze significative. L'agricoltura è il comparto dove la rete informale pesa di più, il 39 per cento, con i parenti che da soli valgono il 23 per cento. I servizi registrano il peso maggiore dei concorsi pubblici, al 18 per cento, coerente con la presenza della pubblica amministrazione, della sanità e dell'istruzione.

Un mercato che premia chi conosce qualcuno

I dati Istat fotografano un mercato del lavoro dove la distanza tra strumenti di ricerca e canali effettivi di assunzione resta abissale. Milioni di italiani investono tempo ed energie su piattaforme digitali e annunci che, nei fatti, producono una frazione minima delle assunzioni. La rete informale, le conoscenze personali, il contatto diretto con le aziende continuano a essere i veri motori dell'occupazione, soprattutto per i giovani, per chi ha bassi livelli di istruzione e nel Mezzogiorno. Non si tratta di un fenomeno nuovo, ma la sua persistenza solleva interrogativi precisi sull'efficacia dei servizi pubblici per l'impiego, sul ruolo delle agenzie private e sulla capacità del mercato digitale di penetrare un tessuto economico ancora largamente fondato sulle relazioni. Il rischio concreto è che un sistema così strutturato perpetui le disuguaglianze: chi ha una rete sociale ampia e ben posizionata trova lavoro più facilmente, chi ne è privo resta ai margini. Cercare lavoro, in Italia, è ancora profondamente diverso dal trovarlo.

Pubblicato il: 26 aprile 2026 alle ore 20:37

Domande frequenti

Quanto pesa il passaparola nel trovare lavoro in Italia rispetto agli annunci online?

Secondo i dati Istat, la rete informale (passaparola, amici, conoscenti, parenti) è responsabile del 25% delle assunzioni, mentre gli annunci online pesano solo per il 4,2%. Presentarsi direttamente in azienda o essere contattati dal datore di lavoro aumenta ulteriormente il peso dei canali informali.

Quali differenze esistono tra giovani e adulti nell'accesso al lavoro tramite relazioni personali?

I giovani dipendono maggiormente dalle conoscenze personali: tra chi ha meno di vent’anni, il 37% trova lavoro tramite rete informale e il 43% tramite contatto diretto con il datore. Con l’aumentare dell’età, cresce invece l’importanza dei canali istituzionali come concorsi pubblici e centri per l’impiego.

Che ruolo gioca il livello di istruzione nella scelta dei canali di ricerca del lavoro?

Chi ha un basso livello di istruzione (ad esempio la licenza media) si affida molto di più alla rete informale (35%), mentre tra i laureati prevalgono i canali istituzionali come concorsi pubblici (29%). Gli annunci restano comunque marginali per tutte le fasce, ma pesano di più per chi ha titoli di studio superiori.

Ci sono differenze territoriali significative nel modo in cui si trova lavoro in Italia?

Sì, al Mezzogiorno prevale il contatto diretto con il datore di lavoro (35%), mentre gli annunci sono usati pochissimo (1,9%). Al Nord, invece, gli annunci contano di più (5,9%) e le agenzie private hanno maggiore peso, riflettendo una struttura economica più industrializzata.

Perché il divario tra strumenti di ricerca del lavoro e canali effettivi di assunzione rimane così ampio?

Molti italiani investono tempo nei canali digitali, ma la maggior parte delle assunzioni avviene ancora tramite relazioni personali o contatti diretti. Questo sistema tende a favorire chi dispone di una rete sociale ampia e a penalizzare chi ne è privo, perpetuando così le disuguaglianze.

Simona Alba

Articolo creato da

Simona Alba

Giornalista Pubblicista Simona Alba è una professionista dell’editoria, giornalista ed esperta in comunicazione con una solida specializzazione nella gestione di processi culturali e innovazione digitale. Laureata in Progettazione e gestione di eventi e imprese culturali a Firenze, ha proseguito il suo percorso accademico a Roma, presso l’Università La Sapienza, dove ha conseguito la laurea magistrale in Editoria e Giornalismo, focalizzandosi sull'analisi del panorama informativo contemporaneo e sul giornalismo d’inchiesta. Attualmente redattrice presso Edunews24, dove sviluppa contenuti focalizzati su istruzione, formazione, ricerca e nuove tecnologie. Nella sua attività professionale, coniuga il rigore dell'approfondimento giornalistico con le più avanzate strategie di analisi SEO e dinamiche del web, con l'obiettivo di rendere la divulgazione scientifica e culturale uno strumento accessibile per lo sviluppo dello spirito critico. Nel corso della sua carriera ha maturato esperienza all'interno di redazioni giornalistiche, distinguendosi per la capacità di interpretare la cultura come motore di cambiamento sociale e organizzativo.

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