Quarantuno scuole italiane finite in un elenco. Non per meriti didattici, non per risultati nelle prove Invalsi, ma perché — secondo Fratelli d'Italia — non avrebbero dato adeguato spazio alla commemorazione delle vittime delle foibe e dell'esodo giuliano-dalmata. Il partito di governo ha presentato un'interrogazione parlamentare al ministro dell'Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, chiedendo conto di quelle che vengono definite inadempienze rispetto alla normativa vigente. Primo firmatario dell'atto è il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli, affiancato da altri nove deputati di FdI. L'iniziativa ha immediatamente innescato un caso politico che trascende la questione commemorativa per investire un tema ben più ampio: il rapporto tra potere politico e autonomia delle istituzioni scolastiche. Da un lato, chi rivendica il diritto-dovere di vigilare sull'applicazione delle leggi dello Stato; dall'altro, chi denuncia un tentativo di intimidazione nei confronti di presidi e docenti. La vicenda si inserisce in un clima già teso tra governo e mondo della scuola, segnato da mesi di confronto sulle riforme dell'istruzione, sui programmi didattici e sulla libertà di insegnamento. Il fatto che un partito di maggioranza abbia compilato e reso pubblica una lista nominativa di istituti ritenuti non conformi rappresenta, per molti osservatori, un precedente significativo nel panorama politico italiano. Non è la prima volta che il Giorno del Ricordo diventa terreno di scontro tra schieramenti, ma raramente si era arrivati a un'azione così strutturata e mirata.
Cosa prevede la legge sul Giorno del Ricordo
Per comprendere la portata della controversia occorre partire dal quadro normativo. Il Giorno del Ricordo è stato istituito con la legge n. 92 del 30 marzo 2004, approvata con un largo consenso parlamentare trasversale. La ricorrenza, fissata al 10 febbraio di ogni anno, ha lo scopo di «conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale». La norma prevede che vengano promosse iniziative per diffondere la conoscenza di questi eventi, anche attraverso il coinvolgimento delle scuole. Successivi interventi legislativi hanno rafforzato questo impianto. Ogni anno il Ministero dell'Istruzione invia alle scuole indicazioni e inviti a organizzare attività didattiche, momenti di riflessione e iniziative coerenti con lo spirito della legge. C'è però un elemento cruciale che rende la questione meno lineare di quanto possa apparire: non esiste un obbligo rigido imposto agli istituti. Il perimetro entro cui ci si muove resta quello dell'autonomia scolastica, sancita dal DPR 275/1999 e tutelata dalla Costituzione. Le scuole sono invitate, sollecitate, indirizzate — ma non obbligate con sanzioni specifiche in caso di mancata adesione. Questa zona grigia è esattamente il terreno su cui si consuma lo scontro tra Fratelli d'Italia e le opposizioni.
Gli istituti citati nell'elenco
Nel testo dell'interrogazione parlamentare vengono menzionati esplicitamente diversi istituti, distribuiti su tutto il territorio nazionale. L'elenco complessivo conta 41 scuole considerate inadempienti, ma alcuni nomi emergono con particolare evidenza. A Chieti figurano il liceo classico G.B. Vico e lo scientifico Filippo Masci. A Latina sono citati i licei Dante Alighieri e Grassi e l'istituto Galileo Galilei. A Bologna compare l'istituto Crescenzi Pacinotti Sirani, mentre a Catania è indicato l'istituto d'istruzione superiore Vaccarini. La geografia dell'elenco copre dunque nord, centro e sud, suggerendo un lavoro di raccolta capillare. Secondo quanto dichiarato da Fratelli d'Italia, in questi istituti «sarebbero stati totalmente ignorati gli indirizzi previsti da due leggi dello Stato». L'interrogazione precisa che la denuncia si basa su «testimonianze raccolte», senza però specificare nel dettaglio la natura e la provenienza di queste segnalazioni. Un punto che le opposizioni non hanno mancato di sottolineare, domandandosi chi abbia materialmente verificato l'assenza di commemorazioni e con quali criteri. Non è chiaro, ad esempio, se siano state considerate solo le cerimonie ufficiali o anche le attività didattiche svolte in classe, i percorsi di approfondimento storico o le iniziative promosse dai singoli docenti nell'ambito dei programmi curricolari.
La richiesta di Rampelli al ministero
Il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli ha motivato l'iniziativa con parole nette: «Le leggi esistono per essere rispettate da tutti, nessuno escluso. I presidi devono garantire che la tragedia delle foibe e l'esodo dal confine orientale vengano conosciuti da tutti i ragazzi e celebrati». Una posizione che non lascia margini di ambiguità sull'intenzione politica dell'atto. Nel corpo dell'interrogazione si chiede al ministro Valditara se «intenda assumere iniziative di competenza affinché le istituzioni scolastiche adempiano alla commemorazione dell'evento citato in premessa al pari di altri previsti dalla normativa vigente». La formula è significativa: il riferimento ad «altri eventi previsti dalla normativa» sembra voler equiparare il Giorno del Ricordo ad altre ricorrenze civili — come il 25 aprile o il 27 gennaio — per le quali le scuole organizzano tradizionalmente iniziative strutturate. La richiesta, in sostanza, punta a ottenere dal ministero un impegno formale affinché la commemorazione non resti una facoltà ma diventi un adempimento effettivo, verificabile e — implicitamente — sanzionabile. Rampelli e i cofirmatari vogliono accertare eventuali responsabilità all'interno del sistema scolastico, trasformando quella che fino a oggi è stata una sollecitazione ministeriale in qualcosa di più vincolante. Il ministro Valditara non ha ancora fornito una risposta ufficiale all'interrogazione.
La reazione delle opposizioni: «Schedatura grave e inquietante»
La pubblicazione della lista ha provocato una reazione durissima da parte del Partito Democratico. Irene Manzi e Cecilia d'Elia, capigruppo dem nelle commissioni Cultura di Camera e Senato, hanno definito l'iniziativa «grave e inquietante». In una nota congiunta le due parlamentari scrivono: «Siamo di fronte a un vero e proprio lavoro di intimidazione e schedatura, che rischia di trasformarsi in uno strumento di pressione politica immotivata e ingiustificata su istituzioni che devono poter lavorare serenamente, nel rispetto della loro autonomia e libertà». La scelta del termine «schedatura» non è casuale. Evoca pratiche di controllo che rimandano a stagioni storiche in cui il potere politico esercitava una sorveglianza diretta sulle istituzioni educative, e il suo utilizzo intende spostare il dibattito dal piano della memoria storica a quello dei diritti fondamentali. Manzi e d'Elia proseguono affermando che lo strumento delle interrogazioni parlamentari «non dovrebbe trasformarsi nella messa all'indice di singole scuole e in uno strumento di pressione nei confronti dell'amministrazione. Questo metodo è sbagliato nel merito e pericoloso nel principio, perché introduce un clima di intimidazione che non dovrebbe mai riguardare il mondo dell'istruzione». Le due esponenti del Pd riconoscono tuttavia che «il Giorno del Ricordo è una ricorrenza fondamentale, che va affrontata con serietà e responsabilità, nel rispetto della complessità storica e della libertà di insegnamento». Ma aggiungono: «Ogni tentativo di piegarlo a logiche di controllo o di contrapposizione politica è inaccettabile». La richiesta finale è diretta al ministro: «Chiediamo a Valditara di proteggere l'autonomia delle scuole».
Il nodo dell'autonomia scolastica
Al centro della vicenda c'è una tensione strutturale del sistema educativo italiano, quella tra le direttive centrali e l'autonomia degli istituti scolastici. Il principio di autonomia, cardine dell'organizzazione scolastica dal 1999, garantisce a ogni scuola la libertà di definire il proprio piano dell'offerta formativa, le modalità didattiche e le iniziative extracurricolari. Questo non significa anarchia: le scuole operano nel rispetto delle indicazioni nazionali e delle leggi vigenti. Ma la distanza tra un invito ministeriale e un obbligo giuridicamente vincolante resta ampia. Il caso delle 41 scuole mette in luce proprio questa frattura. Se il Giorno del Ricordo è una ricorrenza istituita per legge, la sua declinazione operativa nelle aule dipende in larga misura dalle scelte dei dirigenti scolastici e dei collegi docenti. Esistono scuole che organizzano assemblee, proiezioni di documentari, incontri con testimoni e storici. Altre si limitano a un richiamo durante le lezioni di storia. Altre ancora, evidentemente, non attivano alcuna iniziativa specifica. La domanda di fondo è se il governo debba — e possa — intervenire per rendere obbligatorie queste attività, e con quali strumenti. Un'eventuale stretta rischierebbe di creare un precedente applicabile a qualsiasi altra ricorrenza civile, aprendo la strada a un controllo ministeriale capillare sull'attività didattica quotidiana.
Un dibattito che va oltre le foibe
La controversia sulla lista delle 41 scuole trascende la commemorazione delle foibe per toccare nervi scoperti del dibattito pubblico italiano. Da una parte, la legittima esigenza di garantire che una pagina drammatica della storia nazionale venga trasmessa alle nuove generazioni. Dall'altra, il rischio che strumenti di controllo politico entrino nelle aule scolastiche, condizionando la libertà di insegnamento. La risposta del ministro Valditara sarà decisiva per capire quale direzione prenderà la vicenda. Un intervento morbido — un richiamo generico alle scuole senza conseguenze concrete — potrebbe scontentare Fratelli d'Italia senza placare le opposizioni. Un'azione più incisiva, con verifiche puntuali sugli istituti elencati, alimenterebbe le accuse di schedatura e aprirebbe un fronte di conflitto con il mondo della scuola. Quel che appare certo è che il Giorno del Ricordo, nato con l'ambizione di unire il Paese attorno a una memoria condivisa, continua a dividere. Non tanto sul merito storico — il riconoscimento della tragedia delle foibe è ormai patrimonio comune, almeno nelle dichiarazioni ufficiali di tutti gli schieramenti — quanto sulle modalità con cui questa memoria deve essere coltivata e trasmessa. La lista compilata da Fratelli d'Italia segna un passaggio inedito: dalla promozione della memoria alla sua verifica puntuale, istituto per istituto. Un metodo che, comunque lo si giudichi, ridefinisce i termini del rapporto tra politica e scuola in Italia.