L'annuncio del Ministro Giuli
Il 18 marzo 2026, nel Salone Spadolini del Ministero della Cultura a Roma, il ministro Alessandro Giuli ha svelato il verdetto che in molti attendevano: sarà Ancona la Capitale italiana della Cultura 2028. La città marchigiana, affacciata sull'Adriatico e crocevia millenario di scambi tra Oriente e Occidente, ha prevalso con il dossier intitolato «Ancona. Questo Adesso», un progetto che la giuria di selezione ha giudicato «solido, coerente, interdisciplinare, capace di connettere realtà locale e internazionalizzazione, con il coinvolgimento attivo delle realtà locali e dei giovani». Un riconoscimento che porta con sé un contributo ministeriale di un milione di euro, destinato all'attuazione del programma culturale delineato nel dossier. Il ministro Giuli, nel corso della cerimonia, ha definito la competizione tra le città candidate una «meravigliosa competizione», sottolineando come mai come in questo momento storico «la parola cultura ha un legame con il concetto di civiltà». Ancona, con i suoi circa 100.000 abitanti, è capoluogo delle Marche e sede di un porto tra i più importanti del medio Adriatico. La sua candidatura ha saputo valorizzare un patrimonio che spazia dall'Arco di Traiano alla Cattedrale di San Ciriaco, dal Museo Archeologico Nazionale alla vivace scena artistica contemporanea. La Fontana del Calamo, simbolo della città, era stata illuminata di giallo nei giorni precedenti la proclamazione, a testimonianza di una mobilitazione collettiva che ha coinvolto istituzioni, associazioni e cittadini. Il titolo di Capitale italiana della Cultura, istituito nel 2014 sul modello della Capitale europea della Cultura, rappresenta ormai un volano economico e di immagine significativo per le città che lo ottengono, generando flussi turistici, investimenti infrastrutturali e una rinnovata attenzione mediatica.
Il dossier vincente e le città finaliste
Il percorso che ha portato Ancona alla vittoria è stato tutt'altro che scontato. La competizione finale vedeva schierarsi dieci città provenienti da tutta la penisola, ciascuna con un proprio progetto culturale e una visione specifica del rapporto tra patrimonio, comunità e futuro. Le nove finaliste sconfitte rappresentano uno spaccato significativo della vitalità culturale italiana, dalle grandi città metropolitane ai piccoli centri carichi di storia. Catania si era presentata con il dossier «Catania continua», puntando sulla resilienza di una città che ha saputo reinventarsi dopo terremoti, eruzioni e trasformazioni sociali. Forlì, con «I sentieri della bellezza», aveva proposto un itinerario attraverso il patrimonio artistico romagnolo, dal razionalismo architettonico ai musei civici recentemente rinnovati. Anagni (Frosinone), la città dei Papi, aveva scommesso sul dossier «Hernica Saxa. Dove la storia lega, la cultura unisce», richiamando le radici antichissime del territorio ernico. Tra le candidature più originali figurava quella di Colle Val d'Elsa (Siena), con «Colle28. Per tutti, dappertutto», che puntava sulla tradizione del cristallo e sull'artigianato d'eccellenza. Gravina in Puglia (Bari) aveva presentato «Radici al futuro», un progetto centrato sul paesaggio rupestre e sulla rigenerazione urbana. Massa, con «La Luna, la pietra. Dove Tirreno e Apuane incontrano la storia», proponeva un dialogo tra il mare e le cave di marmo. Mirabella Eclano (Avellino) aveva scelto di valorizzare il tracciato dell'antica via Appia con il dossier «L'Appia dei popoli», capitalizzando anche il recente riconoscimento UNESCO del percorso storico. Sarzana (La Spezia) si era candidata con «L'impavida. Sarzana crocevia del futuro», richiamando la tradizione di resistenza e apertura culturale della città ligure. Infine Tarquinia (Viterbo), con «La cultura è volo», aveva puntato sul patrimonio etrusco e sulla necropoli patrimonio dell'umanità. Giuli ha tenuto a precisare che tutti i progetti finalisti sono «tutti idealmente vincitori» e che «non andranno dispersi per il loro complessivo valore con le loro straordinarie specificità». Una dichiarazione che lascia intendere la possibilità di forme di sostegno o valorizzazione anche per le candidature non premiate, come già accaduto in passato con meccanismi di finanziamento complementari.
La giuria, il percorso e le prossime capitali
A presiedere la giuria incaricata della selezione è stato Davide Maria Desario, direttore dell'agenzia AdnKronos, che al termine dei lavori ha definito «una gran fortuna» aver potuto «compiere questo viaggio culturale attraverso le proposte di tante realtà italiane». Desario ha evidenziato come le candidature abbiano dimostrato «visione, capacità manageriale e di valorizzazione del territorio», tratteggiando il ritratto di un'Italia «che vuole migliorarsi a colpi di cultura». Accanto a lui hanno lavorato Stefano Baia Cerioni, Vincenzina Diquattro, Luca Galassi, Luisa Piacentini, Davide Rossi e Vincenzo Trione, quest'ultimo critico d'arte e docente universitario di consolidata esperienza. La composizione della giuria, che mescola competenze giornalistiche, manageriali, diplomatiche e accademiche, riflette la natura multidimensionale del titolo: non si tratta soltanto di valutare la ricchezza del patrimonio storico-artistico, ma anche la capacità progettuale, la sostenibilità economica e l'impatto sociale delle proposte. Il percorso delle Capitali italiane della Cultura prosegue intanto con un calendario già definito per i prossimi anni. Nel 2026 il titolo è detenuto da L'Aquila, che sta portando avanti un fitto programma di eventi legato anche alla rinascita post-sisma della città abruzzese, a oltre sedici anni dal devastante terremoto del 6 aprile 2009. Nel 2027 sarà il turno di Pordenone, selezionata con il dossier «Pordenone 2027, città che sorprende», una scelta che ha premiato il dinamismo culturale del Friuli Venezia Giulia. Ancona avrà dunque circa due anni per preparare al meglio il proprio anno da protagonista, un periodo cruciale per trasformare le promesse del dossier in realtà concrete. La cerimonia al Salone Spadolini si è svolta alla presenza di tutti i sindaci delle città finaliste, ciascuno con la fascia tricolore, in un'atmosfera che i presenti hanno descritto come partecipata e rispettosa. Un rito repubblicano che, al di là del risultato, conferma come la competizione culturale tra territori rappresenti oggi uno degli strumenti più efficaci per stimolare progettualità, coesione sociale e investimenti dal basso. Per Ancona, ora, inizia la sfida più impegnativa: dimostrare che «Questo Adesso» non è solo uno slogan, ma un impegno concreto verso la trasformazione culturale di una città che ambisce a proiettarsi sulla scena nazionale e internazionale.