- L'apertura della trattativa e i numeri che non tornano
- Serafini: "Servono stipendi adeguati all'inflazione reale"
- Permessi, attività aggiuntive e il nodo del lavoro sommerso
- Precari e personale Ata: due fronti caldi
- Cosa aspettarsi dal tavolo dell'11 marzo
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Centocinquanta euro. È questa la cifra che circola come possibile aumento medio per il personale scolastico nel prossimo contratto 2025/27. Una cifra che, stando alle parole di Elvira Serafini, segretaria generale dello Snals-Confsal, non è nemmeno lontanamente sufficiente.
Il messaggio è chiaro: il sindacato si prepara a un negoziato duro, con una piattaforma rivendicativa che va ben oltre la questione salariale.
L'apertura della trattativa e i numeri che non tornano
Il primo incontro tra Aran e organizzazioni sindacali è fissato per l'11 marzo. Una data che segna l'inizio ufficiale del percorso negoziale per il rinnovo del contratto del comparto Istruzione e Ricerca relativo al triennio 2025/27, dopo un rinnovo precedente che aveva già lasciato l'amaro in bocca a molti.
I 150 euro lordi medi di cui si discute rappresenterebbero, secondo i calcoli sindacali, un incremento insufficiente a recuperare il potere d'acquisto eroso dall'inflazione degli ultimi anni. Vale la pena ricordare che tra il 2022 e il 2024 l'indice dei prezzi al consumo ha registrato in Italia aumenti cumulati ben superiori a quanto i precedenti rinnovi contrattuali abbiano compensato. Il rischio, denuncia lo Snals, è quello di un adeguamento stipendi inflazione scuola puramente nominale, che lascia i lavoratori del settore in una condizione di progressivo impoverimento.
Non è un caso che il malcontento nel comparto resti elevato, come emerso anche dai dati sull'adesione alle recenti giornate di mobilitazione. Su questo fronte, i numeri parlano chiaro: Sciopero nella Scuola: I Dati Definitivi del MIM per l'Adesione al 4 Aprile 2025 hanno confermato una partecipazione significativa, segnale di un disagio che non accenna a rientrare.
Serafini: "Servono stipendi adeguati all'inflazione reale"
Il cuore della questione, per la leader dello Snals, è semplice nella sua formulazione ma complesso nella sua realizzazione: gli stipendi degli insegnanti — e più in generale di tutto il personale scolastico — devono crescere in misura proporzionale al costo della vita effettivo.
"Non chiediamo privilegi", ha spiegato Serafini. "Chiediamo che chi lavora nella scuola possa vivere dignitosamente del proprio stipendio. Un docente italiano guadagna ancora sensibilmente meno della media europea. Questo è un dato di fatto, non un'opinione".
I confronti internazionali, del resto, continuano a essere impietosi. Secondo gli ultimi dati OCSE (Education at a Glance), un insegnante italiano della scuola secondaria superiore con quindici anni di servizio percepisce circa il 20% in meno rispetto alla media dei paesi dell'area. Un divario che si allarga ulteriormente se si considerano le economie più avanzate del continente — Germania, Francia, Paesi Bassi.
La richiesta dello Snals è dunque quella di un adeguamento vero, che non si limiti a tamponare ma che avvii un percorso strutturale di rivalutazione economica della professione docente e del personale scolastico nel suo complesso.
Permessi, attività aggiuntive e il nodo del lavoro sommerso
Ma la partita non si gioca solo sulle tabelle retributive. Serafini ha messo sul tavolo anche due temi spesso sottovalutati nel dibattito pubblico: i permessi retribuiti e il riconoscimento economico delle attività aggiuntive.
Sul primo punto, il sindacato chiede un ampliamento e una razionalizzazione dell'istituto dei permessi, oggi considerato troppo rigido e penalizzante rispetto ad altri comparti della pubblica amministrazione. Docenti e personale Ata si trovano frequentemente a dover scegliere tra esigenze personali e familiari da un lato, e la continuità del servizio dall'altro, senza un quadro normativo che offra soluzioni equilibrate.
Quanto alle attività aggiuntive — progetti, corsi di recupero, funzioni strumentali, coordinamenti — il problema è noto da anni. Si tratta di un enorme volume di lavoro che spesso viene retribuito in modo inadeguato o, nei casi peggiori, dato per scontato. "La scuola funziona grazie a ore e ore di lavoro invisibile", ha sottolineato la segretaria generale. "Il nuovo contratto deve riconoscerlo in modo concreto".
Precari e personale Ata: due fronti caldi
Due capitoli particolarmente delicati della piattaforma Snals riguardano la stabilizzazione dei precari e le prospettive di carriera per il personale Ata.
Sul precariato, la situazione italiana resta critica. Ogni anno scolastico si apre con decine di migliaia di supplenti chiamati a coprire cattedre vacanti, in un circolo vizioso che penalizza tanto i lavoratori quanto la qualità dell'offerta formativa. Serafini ha ribadito la necessità di un piano straordinario di assunzioni, un tema su cui il dibattito parlamentare si è recentemente intensificato. A tal proposito, vale la pena segnalare le proposte contenute nel Decreto-Legge Scuola: Proposte per un Elenco Nazionale degli Idonei e Maggiori Assunzioni, che potrebbero rappresentare uno strumento per sbloccare almeno parzialmente la situazione.
Per il personale Ata — amministrativi, tecnici e collaboratori scolastici — la questione è diversa ma non meno urgente. Lo Snals chiede che il nuovo contratto apra reali percorsi di progressione professionale, superando l'attuale rigidità di un sistema che offre pochi incentivi e scarse possibilità di crescita. La recente riorganizzazione dei profili Ata introdotta con il contratto 2019/21 ha creato aspettative che, secondo il sindacato, devono ora trovare riscontro in termini economici e di inquadramento.
Cosa aspettarsi dal tavolo dell'11 marzo
La trattativa che si apre in queste ore all'Aran di Roma si preannuncia lunga e complessa. Le risorse stanziate dal governo nella legge di bilancio per i rinnovi contrattuali del pubblico impiego rappresentano la cornice finanziaria entro cui i negoziatori dovranno muoversi, e stando a quanto emerge dai primi calcoli sindacali, quella cornice appare stretta.
Lo Snals, da parte sua, arriva al tavolo con una strategia ben definita: nessun accordo al ribasso, priorità assoluta all'adeguamento salariale reale, interventi strutturali su precariato e carriere. Una posizione che, con ogni probabilità, sarà condivisa almeno in parte anche dalle altre sigle del comparto.
La posta in gioco è alta. Non si tratta solo di numeri su una busta paga, ma della capacità del sistema-Paese di rendere attrattiva la professione scolastica in un momento in cui, anno dopo anno, diventa sempre più difficile trovare chi voglia insegnare. Un paradosso che l'Italia non può più permettersi di ignorare.