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Così i batteri possono viaggiare tra i pianeti: lo studio che rilancia l'ipotesi della panspermia
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Così i batteri possono viaggiare tra i pianeti: lo studio che rilancia l'ipotesi della panspermia

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Una ricerca della Johns Hopkins University dimostra che il Deinococcus radiodurans sopravvive a pressioni di impatto fino a 2,4 gigapascal. La vita potrebbe davvero spostarsi da un mondo all'altro a bordo di frammenti di roccia.

L'idea che la vita possa viaggiare da un pianeta all'altro, nascosta nel cuore di una roccia scagliata nello spazio dalla violenza di un impatto asteroidale, non appartiene più soltanto alla fantascienza. Uno studio appena pubblicato su PNAS Nexus dal gruppo di ricerca della Johns Hopkins University fornisce prove sperimentali solide: alcuni batteri sono in grado di sopravvivere alle condizioni estreme generate da una collisione cosmica, mantenendo la propria vitalità anche dopo essere stati sottoposti a pressioni che polverizzerebbero qualsiasi struttura ingegneristica umana.

È un tassello importante nel mosaico della panspermia, l'ipotesi secondo cui la vita non sarebbe necessariamente nata su ogni pianeta in modo indipendente, ma potrebbe essere stata "seminata" attraverso lo spazio interplanetario.

La scoperta: batteri che resistono agli impatti cosmici

Il cuore della ricerca è un esperimento tanto semplice nel concetto quanto complesso nell'esecuzione. I ricercatori della Johns Hopkins hanno simulato in laboratorio le condizioni di un impatto di asteroide sulla superficie di un pianeta, sottoponendo campioni batterici a onde d'urto con pressioni crescenti. Il risultato ha superato le aspettative: una frazione significativa dei microrganismi testati è sopravvissuta a pressioni fino a 2,4 gigapascal, un valore pari a circa 24.000 volte la pressione atmosferica terrestre.

Per dare un'idea della scala, 2,4 gigapascal corrispondono più o meno alla pressione che si trova a 240 chilometri di profondità nel mantello terrestre. Eppure, stando a quanto emerge dallo studio, i batteri non solo hanno resistito, ma in alcuni casi hanno conservato la capacità di riprodursi una volta riportati in condizioni ambientali normali.

Questo dato è cruciale. Non basta sopravvivere: perché l'ipotesi della panspermia regga, i microrganismi devono essere ancora biologicamente attivi dopo il trauma dell'impatto, il viaggio nello spazio e, eventualmente, l'ingresso nell'atmosfera di un altro pianeta.

Deinococcus radiodurans, il microrganismo quasi indistruttibile

Non è un caso che il protagonista di questi esperimenti sia il Deinococcus radiodurans, un batterio che la comunità scientifica conosce bene per le sue proprietà straordinarie. Soprannominato Conan il batterio dalla stampa anglosassone, questo microrganismo detiene una serie di record biologici che lo rendono il candidato ideale per testare i limiti della vita.

Il Deinococcus radiodurans è in grado di:

  • Sopportare dosi di radiazioni ionizzanti migliaia di volte superiori a quelle letali per l'uomo
  • Resistere a condizioni di essiccamento estremo per periodi prolungati
  • Riparare il proprio DNA danneggiato con un'efficienza senza pari nel mondo microbico
  • Tollerare temperature molto basse e ambienti privi di nutrienti

Queste caratteristiche non sono un capriccio evolutivo. Il Deinococcus ha sviluppato un sistema di riparazione del DNA ridondante e altamente efficiente, con proteine dedicate che riassemblano il genoma anche quando questo viene frammentato in centinaia di pezzi. È proprio questa capacità rigenerativa che, secondo i ricercatori, gli consentirebbe di superare il trauma meccanico di un impatto e il successivo viaggio nel vuoto cosmico.

Val la pena ricordare che i batteri stanno trovando applicazioni sorprendenti anche in ambiti apparentemente lontani dalla microbiologia spaziale. Come nel caso dei I Batteri Muratori: Una Rivoluzione Nella Costruzione di Basi Lunari, dove microrganismi vengono impiegati per fabbricare materiali da costruzione direttamente sulla superficie della Luna, un campo di ricerca che si intreccia con lo studio della sopravvivenza batterica in ambienti extraterrestri.

Come funziona il trasferimento vita interplanetario

Il meccanismo ipotizzato è quello della cosiddetta litopanspermia. Funziona così: quando un asteroide di dimensioni sufficienti colpisce la superficie di un pianeta, l'energia dell'impatto proietta nello spazio tonnellate di frammenti rocciosi. Alcuni di questi detriti raggiungono la velocità di fuga, abbandonano il campo gravitazionale del pianeta d'origine e iniziano un viaggio che può durare migliaia, a volte milioni di anni.

Se all'interno di quei frammenti si trovano microrganismi, protetti dalla roccia circostante dalle radiazioni cosmiche e dalle temperature estreme, la vita può teoricamente raggiungere un altro corpo celeste. Su Marte, per esempio, sono stati identificati meteoriti di origine terrestre, e viceversa: alcuni meteoriti marziani sono arrivati sulla Terra. Il canale di trasporto, insomma, esiste.

Lo studio della Johns Hopkins si concentra sul primo anello di questa catena: la sopravvivenza al momento dell'impatto iniziale, quello che genera le pressioni più devastanti. "Se i batteri possono superare lo shock dell'espulsione", hanno affermato i ricercatori, "allora il trasferimento di vita tra i pianeti è una possibilità concreta, non un'ipotesi puramente teorica".

Resta da verificare, naturalmente, la capacità di sopravvivenza durante le fasi successive del viaggio: l'esposizione prolungata al vuoto spaziale, il bombardamento di raggi cosmici, lo shock termico del rientro atmosferico. Ma altri studi precedenti, inclusi esperimenti condotti sulla Stazione Spaziale Internazionale, hanno già dimostrato che il Deinococcus radiodurans può resistere anche a queste condizioni per periodi limitati.

Le implicazioni per la ricerca della vita nel Sistema Solare

Se la panspermia è un fenomeno reale, le conseguenze per la ricerca astrobiologica sono profonde. Significherebbe che la vita nel Sistema Solare potrebbe avere un'origine comune: un singolo evento di abiogenesi, avvenuto su un pianeta, potrebbe aver "contaminato" gli altri attraverso scambi di materiale.

Questo scenario cambia radicalmente l'interpretazione di un'eventuale scoperta di vita su Marte o sulle lune ghiacciate di Giove e Saturno, come Europa ed Encelado. Trovare microrganismi su Marte non proverebbe automaticamente che la vita si sia originata due volte in modo indipendente nel nostro sistema. Potrebbe trattarsi, al contrario, di una lontana cugina della vita terrestre, trasportata miliardi di anni fa da un frammento di roccia.

D'altra parte, il meccanismo funzionerebbe anche nella direzione opposta. Nulla esclude che sia stata la Terra a ricevere i primi semi della vita da Marte, in un'epoca in cui il pianeta rosso era più caldo, più umido e potenzialmente più ospitale del nostro.

I limiti dello studio e le domande ancora aperte

Lo studio pubblicato su PNAS Nexus rappresenta un avanzamento significativo, ma non chiude la questione. Come sottolineato dagli stessi autori, le condizioni di laboratorio, per quanto realistiche, non replicano perfettamente la complessità di un impatto reale, dove temperature, pressioni e onde d'urto agiscono in combinazioni variabili e difficili da modellare.

C'è poi il problema della scala temporale. Un viaggio interplanetario può durare millenni. Anche il Deinococcus radiodurans, con tutta la sua resilienza, ha dei limiti. Il degrado del DNA per effetto delle radiazioni cosmiche è un processo cumulativo, e non è chiaro per quanto tempo il batterio possa mantenere la capacità di ripararsi senza accesso a fonti di energia.

Infine, la sopravvivenza batterica è soltanto una condizione necessaria, non sufficiente. Perché la panspermia abbia un impatto reale, i microrganismi devono non solo arrivare vivi su un altro pianeta, ma trovare condizioni ambientali compatibili con la loro biologia. Un batterio terrestre che atterra su un mondo senza acqua liquida, per esempio, non avrebbe grandi prospettive.

La questione resta aperta, dunque, ma oggi è un po' meno speculativa di ieri. La vita, a quanto pare, è più resistente e più mobile di quanto si pensasse. E forse, da qualche parte nel Sistema Solare, un lontano discendente di un microrganismo terrestre sta aspettando di essere trovato.

Pubblicato il: 22 marzo 2026 alle ore 11:12

Domande frequenti

Cosa dimostra lo studio della Johns Hopkins University sui batteri e la panspermia?

Lo studio dimostra che alcuni batteri, come Deinococcus radiodurans, possono sopravvivere alle pressioni estreme di un impatto cosmico, mantenendo la vitalità. Questo rafforza l'ipotesi che la vita possa essere trasferita tra pianeti tramite frammenti rocciosi espulsi da impatti asteroidali.

Perché il Deinococcus radiodurans è stato scelto per questi esperimenti?

Il Deinococcus radiodurans è noto per la sua straordinaria resistenza a radiazioni, essiccamento, temperature estreme e danni al DNA. Queste caratteristiche lo rendono il candidato ideale per testare la sopravvivenza microbica in condizioni spaziali estreme.

Come funziona il possibile trasferimento della vita tra i pianeti secondo l'ipotesi della litopanspermia?

Quando un asteroide colpisce un pianeta, può proiettare nello spazio frammenti di roccia contenenti microrganismi. Questi detriti possono viaggiare nello spazio, protetti dalla roccia, e potenzialmente depositarsi su altri pianeti, trasportando così la vita.

Quali sono le implicazioni di questa scoperta per la ricerca della vita nel Sistema Solare?

Se la panspermia è reale, la vita trovata su altri pianeti o lune potrebbe avere un'origine comune con quella terrestre. Ciò influenzerebbe l'interpretazione di eventuali scoperte di vita extraterrestre, suggerendo un'origine condivisa piuttosto che indipendente.

Quali sono i limiti e le domande ancora aperte riguardo allo studio sulla panspermia?

Lo studio si basa su simulazioni di laboratorio che non riproducono perfettamente la complessità degli impatti reali. Restano dubbi sulla sopravvivenza dei batteri durante lunghi viaggi spaziali e sulla possibilità che trovino condizioni favorevoli una volta arrivati su un altro pianeta.

Savino Grimaldi

Articolo creato da

Savino Grimaldi

Giornalista Pubblicista Savino Grimaldi è un giornalista laureando in Economia e Commercio, con una solida esperienza maturata nel settore della formazione. Da anni lavora con competenza nell’ambito della formazione professionale, distinguendosi per una conoscenza approfondita delle politiche attive del lavoro e delle dinamiche che legano istruzione, occupazione e sviluppo delle competenze. Alla preparazione economica e professionale affianca una grande passione per la lettura e per il giornalismo, che ne arricchiscono il profilo umano e culturale. Spazia con disinvoltura tra diverse tematiche, offrendo sempre il proprio punto di vista con equilibrio, sensibilità e spirito critico.

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