- Il referendum del 22-23 marzo e il rumore di fondo
- I numeri che parlano più forte delle tribune
- Una macchina disciplinare inceppata
- Nove sanzioni in sei anni: l'elefante nella stanza
- Oltre gli estremismi, la questione di fondo
- Domande frequenti
Il referendum del 22-23 marzo e il rumore di fondo
Manca poco. Il 22 e 23 marzo 2026 gli italiani saranno chiamati alle urne per il referendum abrogativo sulla giustizia, e il dibattito pubblico è già saturo di dichiarazioni roboanti, prese di posizione ideologiche e schermaglie mediatiche. Da una parte le uscite taglienti di Nicola Gratteri, dall'altra le repliche di Giusi Bartolozzi: volti noti, personalità forti, visioni opposte. Il rischio, però, è che il confronto si riduca a una guerra tra figurine, con il merito della questione sepolto sotto strati di retorica.
Gli estremismi — va detto senza giri di parole — fanno male tanto al fronte del Sì quanto a quello del No. Perché quando la temperatura sale troppo, i cittadini smettono di ascoltare. E invece dovrebbero ascoltare. Non i comizi, non le interviste a effetto. Dovrebbero guardare i numeri. Quelli sì, parlano chiaro.
I numeri che parlano più forte delle tribune
Stando a quanto emerge dai dati ufficiali del Consiglio Superiore della Magistratura, il bilancio dell'attività disciplinare dell'organo di autogoverno dei magistrati è, a voler essere diplomatici, desolante.
Nell'ultimo triennio, a fronte di oltre 5.000 esposti presentati contro magistrati italiani, le sentenze effettivamente emesse dalla Sezione disciplinare del CSM sono state appena 199. Facciamo due conti: significa che per ogni cento segnalazioni, meno di quattro arrivano a una pronuncia. Le altre? Archiviate, cestinate, dichiarate inammissibili.
E il dato successivo è ancora più eloquente: il 96% dei ricorsi è stato ritenuto inammissibile o infondato. Novantasei per cento. Non si tratta di una percentuale fisiologica di sfoltimento: è una diga che lascia passare un rivolo d'acqua.
Ci si potrebbe chiedere: i cittadini presentano esposti infondati? In parte, certamente sì. Ma quando la quota di rigetto sfiora la totalità statistica, il problema non è più solo la qualità degli esposti. È la struttura stessa del filtro.
Una macchina disciplinare inceppata
Il meccanismo disciplinare dei magistrati in Italia poggia su un'architettura complessa. La Procura Generale presso la Corte di Cassazione esercita l'azione disciplinare, mentre la Sezione disciplinare del CSM giudica. Un sistema che, sulla carta, dovrebbe garantire indipendenza e rigore. Nei fatti, i numeri raccontano un'altra storia.
La sproporzione tra esposti ricevuti e procedimenti effettivamente istruiti suggerisce che il collo di bottiglia si trovi a monte, nella fase di vaglio iniziale. Il cittadino che si ritiene leso nel rapporto con la giustizia — per ritardi, comportamenti scorretti, violazioni procedurali — si trova davanti a una porta che, nella stragrande maggioranza dei casi, resta chiusa.
Non è un tema nuovo. La questione della responsabilità dei magistrati attraversa il dibattito pubblico italiano da decenni, almeno dal referendum del 1987 sulla responsabilità civile dei giudici, svuotato poi dalla legge Vassalli. Ma oggi, alla vigilia di una nuova consultazione referendaria, quei numeri acquistano un peso politico diverso.
In un certo senso, il problema ricorda dinamiche che si osservano anche in altri comparti della pubblica amministrazione, dove la distanza tra le regole scritte e la loro applicazione concreta genera frustrazione e sfiducia. È una questione che, mutatis mutandis, riguarda anche il mondo della scuola e del welfare territoriale, dove i meccanismi di tutela e controllo spesso funzionano più sulla carta che nella pratica.
Nove sanzioni in sei anni: l'elefante nella stanza
Ma il dato forse più difficile da digerire è questo: dal 2018 al 2024, i magistrati effettivamente sanzionati dal CSM sono stati 9. Nove, in sei anni. Su un organico che conta circa 10.000 toghe tra giudici e pubblici ministeri.
Per dare una proporzione: significa un tasso sanzionatorio dello 0,09%. Meno di un magistrato sanzionato ogni mille, nell'arco di un intero sessennio. In qualsiasi altro settore professionale — dalla medicina all'avvocatura, dall'insegnamento all'ingegneria — una cifra del genere solleverebbe interrogativi immediati. Non perché si debba presumere che i magistrati sbaglino in massa, ma perché un sistema di controllo che produce sanzioni con questa frequenza rischia di apparire, agli occhi dei cittadini, più come uno scudo corporativo che come uno strumento di garanzia.
E qui sta il nodo politico del referendum. Non si tratta di essere "contro i magistrati" o "a favore dell'impunità della politica". Si tratta di capire se l'attuale sistema-CSM, con le sue procedure, i suoi filtri e i suoi equilibri interni, sia in grado di assicurare quella accountability che una democrazia matura richiede a chi esercita un potere così incisivo sulla vita delle persone.
Oltre gli estremismi, la questione di fondo
Il rischio maggiore, a dieci giorni dal voto, è che la campagna referendaria continui a polarizzarsi su figure e slogan, lasciando i numeri ai margini del dibattito. Chi difende lo status quo farebbe bene a spiegare perché quei dati non rappresentano un problema. Chi invoca la riforma dovrebbe chiarire quali meccanismi alternativi propone, senza limitarsi alla denuncia.
La riforma del CSM è un cantiere aperto da anni. La legge Cartabia del 2022 ha introdotto modifiche al sistema elettorale dell'organo e ritoccato alcune norme disciplinari, ma i risultati — come i numeri dimostrano — restano largamente insufficienti rispetto alle aspettative. Il referendum del 22-23 marzo 2026 si inserisce in questo solco, con la pretesa di dare ai cittadini una voce diretta su questioni che la politica parlamentare non è riuscita a risolvere.
I fatti, in definitiva, sono questi. E meritano attenzione più delle urla. Perché in cabina elettorale, tra nove giorni, ci entreranno milioni di italiani. E sarebbe auspicabile che lo facessero avendo presente almeno questo: 199 sentenze su 5.000 esposti, 9 magistrati sanzionati in sei anni, il 96% dei ricorsi respinto. Poi ciascuno voterà secondo coscienza. Ma almeno, che sia una coscienza informata.