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Inclusione nell'istruzione superiore: come l'Asia-Pacifico sta riscrivendo le regole dell'accesso universitario
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Inclusione nell'istruzione superiore: come l'Asia-Pacifico sta riscrivendo le regole dell'accesso universitario

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Il tasso di iscrizione all'istruzione terziaria è passato dal 16% al 63%, ma il divario di genere nelle discipline STEM resta un nodo irrisolto. Tra borse di studio mirate e iniziative di equità, la regione cerca un modello replicabile

L'espansione dell'accesso all'istruzione terziaria

I numeri, a volte, raccontano una storia meglio di qualsiasi analisi. E il dato che emerge dall'Asia orientale e sudorientale è di quelli che colpiscono: il tasso di iscrizione all'istruzione terziaria è passato dal 16% al 63% in poco più di due decenni. Una crescita che non ha precedenti in nessun'altra area del pianeta e che riflette investimenti massicci, politiche pubbliche aggressive e una domanda di formazione superiore alimentata da economie in rapida trasformazione.

Eppure, dietro la curva ascendente si nascondono fratture profonde. L'accesso rimane disuguale: chi proviene da aree rurali, da minoranze etniche o da famiglie a basso reddito continua a restare ai margini del sistema. Le università dell'Asia-Pacifico hanno spalancato le porte, certo, ma non per tutti allo stesso modo.

Stando a quanto emerge dai dati più recenti, l'istruzione superiore inclusiva è diventata la priorità dichiarata di governi e istituzioni accademiche della regione. Non si tratta più soltanto di costruire campus e aumentare i posti disponibili. La sfida si è spostata su un terreno più complesso: garantire che l'espansione quantitativa si traduca in equità reale.

Il nodo irrisolto: le donne laureate STEM

Se il quadro generale dell'accesso mostra progressi significativi, la fotografia delle discipline scientifiche e tecnologiche racconta un'altra storia. Le donne rappresentano appena il 35% dei laureati in STEM nell'area Asia-Pacifico, una percentuale che, pur essendo in lieve miglioramento, resta largamente insufficiente.

Il dato è tanto più significativo se si considera che, nella regione, le studentesse universitarie hanno ormai raggiunto, e in diversi Paesi superato, la parità numerica con i colleghi maschi negli atenei. Il problema, dunque, non è l'accesso all'università in sé, ma la distribuzione profondamente squilibrata tra le discipline. Ingegneria, informatica, scienze fisiche e matematica continuano a essere percepite, e di fatto strutturate, come territori prevalentemente maschili.

Le cause sono molteplici e intrecciate: stereotipi culturali radicati, mancanza di modelli femminili nei ruoli accademici apicali, percorsi di orientamento scolastico che, fin dalle scuole secondarie, indirizzano le ragazze verso le discipline umanistiche. Un fenomeno che, va detto, non riguarda solo l'Asia-Pacifico ma che in quella regione assume dimensioni particolarmente evidenti per via della scala demografica coinvolta.

La questione dell'equità di genere nelle università non è solo un tema di giustizia sociale. Ha ricadute economiche concrete: escludere metà della popolazione dal contributo pieno alle discipline che guidano l'innovazione tecnologica significa rinunciare a talento, produttività e competitività.

Borse di studio e reti universitarie: le leve del cambiamento

Per invertire la tendenza, nella regione sono state messe in campo iniziative mirate. Il dato più significativo riguarda un programma di borse di studio per donne in STEM che ha già supportato 104 borse di studio e 13 borse di ricerca, offrendo a studentesse e ricercatrici risorse economiche ma anche reti di mentoring e accompagnamento professionale.

Non si tratta di interventi isolati. Ben 35 università del sud-est asiatico partecipano a un'iniziativa strutturata per l'equità di genere che punta a trasformare non solo i criteri di ammissione, ma l'intero ecosistema accademico: dai programmi didattici alla governance degli atenei, dalla composizione dei dipartimenti alle politiche di carriera per le docenti.

Queste borse di studio STEM per donne rappresentano uno strumento cruciale, soprattutto nei Paesi dove il costo dell'istruzione superiore resta una barriera insormontabile per molte famiglie. Ma, come sottolineato da diversi esperti del settore, le borse da sole non bastano. Servono interventi sistemici che agiscano a monte, già nella scuola secondaria, per smontare gli stereotipi che allontanano le ragazze dalle materie scientifiche.

L'approccio sistemico delle reti universitarie

L'elemento forse più interessante dell'esperienza asiatica è la dimensione di rete. Le 35 università coinvolte non operano in modo isolato ma condividono dati, buone pratiche e standard comuni. Un modello collaborativo che in Europa, e in Italia in particolare, fatica ancora a decollare con la stessa intensità, nonostante le sollecitazioni dell'Unione Europea in tema di gender mainstreaming nell'istruzione superiore.

Il ruolo del settore privato nelle competenze future

Un altro tassello di questo mosaico riguarda il coinvolgimento delle imprese. Aziende come HSBC stanno sostenendo attivamente programmi dedicati alle competenze future, finanziando percorsi formativi che collegano l'università al mondo del lavoro.

È un modello che risponde a una logica precisa: le grandi multinazionali presenti nell'area hanno bisogno di talenti formati nelle discipline digitali e tecnologiche, e non possono permettersi di pescare da un bacino che esclude sistematicamente le donne e le fasce più svantaggiate della popolazione. L'investimento in inclusione, in questo caso, coincide con l'interesse aziendale.

Questo tipo di partnership tra settore privato e università per le competenze future sta ridisegnando i confini tradizionali tra formazione e mercato del lavoro. Non senza rischi, naturalmente: la dipendenza da finanziamenti privati può orientare l'offerta formativa verso le esigenze di breve periodo delle imprese, a scapito della ricerca di base e della formazione critica. Un equilibrio delicato, che ogni sistema accademico deve calibrare con attenzione.

Uno sguardo dall'Italia: cosa possiamo imparare

Per chi osserva questi processi dall'Italia, i paralleli e le differenze sono istruttivi. Anche nel nostro Paese il tasso di iscrizione universitaria resta al di sotto della media europea, e il divario di genere nelle discipline STEM, pur in miglioramento, è ancora marcato. Le laureate in ingegneria e informatica sono in crescita, ma partono da percentuali storicamente basse.

L'esperienza dell'Asia-Pacifico suggerisce che l'espansione dell'accesso, da sola, non produce automaticamente inclusione. Servono politiche dedicate, risorse finanziarie mirate e, soprattutto, la volontà di affrontare le cause strutturali della disuguaglianza. Lezioni che valgono tanto per Giacarta quanto per Roma.

La parità di genere nell'istruzione superiore non è un traguardo da raggiungere una volta per tutte, ma un processo continuo che richiede monitoraggio costante e capacità di adattamento. I numeri dell'Asia-Pacifico mostrano che il cambiamento è possibile, a patto di investire con coerenza e visione di lungo periodo.

Pubblicato il: 9 aprile 2026 alle ore 13:26

Domande frequenti

Quali sono stati i principali fattori dell'espansione dell'accesso all'istruzione terziaria nell'Asia-Pacifico?

L'espansione è stata guidata da investimenti massicci, politiche pubbliche aggressive e una forte domanda di formazione superiore legata alla trasformazione economica della regione.

Perché persiste il divario di genere nelle lauree STEM nell'Asia-Pacifico?

Il divario è dovuto a stereotipi culturali, mancanza di modelli femminili nei ruoli accademici e orientamento scolastico che indirizza le ragazze verso le discipline umanistiche, nonostante la parità numerica tra studentesse e studenti universitari.

In che modo le borse di studio e le reti universitarie contribuiscono all'inclusione?

Le borse di studio offrono supporto economico e mentoring a donne in STEM, mentre le reti universitarie condividono dati e buone pratiche per promuovere l'equità di genere e trasformare l'ecosistema accademico nel suo insieme.

Qual è il ruolo del settore privato nello sviluppo delle competenze future nell’Asia-Pacifico?

Il settore privato finanzia programmi formativi e sostiene iniziative che collegano università e mercato del lavoro, promuovendo l'inclusione per rispondere alla domanda di talenti nelle discipline digitali e tecnologiche.

Cosa può imparare l’Italia dall’esperienza dell’Asia-Pacifico sull’inclusione nell’istruzione superiore?

L’Italia può apprendere che l’espansione dell’accesso non basta: sono necessarie politiche dedicate, risorse mirate e interventi strutturali per ridurre le disuguaglianze e garantire una reale inclusione, soprattutto nelle discipline STEM.

Michele Monaco

Articolo creato da

Michele Monaco

Redattore Michele Monaco è imprenditore, ricercatore e docente universitario con oltre vent'anni di esperienza nell'innovazione digitale, nella formazione e nella consulenza strategica. Laureato in Scienze Politiche e Internazionali, è CEO di Adventus Consulting Jdoo (Umag, Croazia dove risiede stabilmente) e Presidente Nazionale di ENBAS, ente bilaterale attivo nella formazione professionale e nelle politiche attive per il lavoro. In qualità di Coordinatore Nazionale dei Progetti di Ricerca presso ERSAF, guida iniziative che coniugano intelligenza artificiale e formazione, tra cui FindYourGoal.it, piattaforma di orientamento scuola-lavoro basata sul modello LifeComp, Avatar4University.Org, sistema AI per la creazione di corsi universitari con avatar docente, KeepYouCare.it, piattaforma di telemedicina, telesoccorso e telerefertazione. È inoltre Delegato della Regione Calabria presso il Ministero degli Esteri per la Cooperazione Internazionale ed è membro del tavolo delle regioni, dove coordina un progetto per la creazione di un Hub Formativo in Tunisia. Docente a contratto di Diritto dell'Economia e Diritto Internazionale presso la SSML di Lamezia Terme e presso l'Università Telematica eCampus, è autore di pubblicazioni in ambito pedagogico sulle competenze caratteriali e il framework LifeComp. Ha tenuto interventi al Senato della Repubblica, alla Camera dei Deputati, in Regione Lombardia e a Buenos Aires su temi che spaziano dalla pedagogia speciale, alla telemedicina ed alla cooperazione internazionale. Innovation Manager certificato MISE, unisce visione strategica e competenza tecnologica con una vocazione per il dialogo istituzionale e la ricerca applicata.

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