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Guerra, gas e petrolio: cosa possono fare davvero Ue e Italia contro il caro energia
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Guerra, gas e petrolio: cosa possono fare davvero Ue e Italia contro il caro energia

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Dai rincari energetici alla sicurezza degli approvvigionamenti: le mosse possibili tra extraprofitti delle rinnovabili, rilancio dell'idroelettrico e il nodo nucleare

Il ritorno dell'emergenza energetica

I prezzi del gas e del petrolio tornano a mordere. E con essi riaffiora quel senso di vulnerabilità che l'Europa credeva — forse ingenuamente — di aver archiviato con le misure emergenziali del 2022. Il contesto geopolitico resta incandescente: la guerra in Ucraina non accenna a trovare una soluzione stabile, le tensioni in Medio Oriente aggiungono incertezza sui mercati internazionali, e le bollette di famiglie e imprese ne pagano il prezzo.

La domanda, a questo punto, non è più se intervenire. È come farlo, e soprattutto con quale velocità.

L'Italia e l'Unione Europea dispongono in realtà di strumenti concreti per contenere i rincari energetici e rafforzare la sicurezza degli approvvigionamenti. Alcuni richiedono coraggio politico. Altri, più semplicemente, richiedono di smettere di ignorare risorse che già esistono.

La richiesta di Giorgetti: misure straordinarie dall'Europa

Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti ha alzato la voce nelle scorse settimane, chiedendo a Bruxelles l'adozione di misure straordinarie per fronteggiare la nuova ondata di rincari. Una richiesta che non nasce dal nulla: il titolare del Mef sa bene che i margini di manovra fiscale dell'Italia sono risicati, e che un intervento puramente nazionale — bonus, crediti d'imposta, sconti in bolletta — rischia di essere una toppa più costosa del buco.

Stando a quanto emerge dal dibattito in sede di Ecofin, la posizione italiana non è isolata. Diversi Paesi membri condividono la preoccupazione per l'impatto dei costi energetici sulla competitività industriale europea, già messa a dura prova dalla concorrenza americana e cinese. Il punto, però, è trasformare le dichiarazioni d'intenti in provvedimenti operativi. E qui la macchina europea, si sa, fatica.

La questione si intreccia inevitabilmente con il più ampio tema delle Emergenza Politiche Attive per il Lavoro in Italia: un'industria che paga l'energia il doppio rispetto ai concorrenti extraeuropei non assume, delocalizza.

Le lezioni del 2022 e il rischio di ripetere gli stessi errori

Vale la pena ricordare cosa accadde dopo l'invasione russa dell'Ucraina nel febbraio 2022. L'Europa si trovò con le spalle al muro: dipendente per oltre il 40% dal gas russo, senza un piano B credibile, costretta a improvvisare.

Le misure adottate allora — dal price cap sul gas al riempimento obbligatorio degli stoccaggi, dagli acquisti congiunti di GNL al risparmio energetico coordinato — evitarono il peggio. Ma furono tardive, faticosamente negoziate e, in alcuni casi, di dubbia efficacia strutturale. Il price cap, ad esempio, fu fissato a un livello talmente alto da risultare quasi simbolico.

Ora il rischio è di ripetere lo schema: attendere che la crisi diventi acuta prima di agire. I segnali ci sono tutti. Il prezzo del gas al TTF olandese ha ripreso a salire, le scorte europee scendono più rapidamente delle medie stagionali, e il quadro geopolitico non offre garanzie di stabilizzazione.

Extraprofitti delle rinnovabili: una leva ancora inesplorata

Tra le proposte che circolano con maggiore insistenza a livello europeo c'è quella di intervenire sugli extraprofitti generati dalle energie rinnovabili. Il meccanismo è noto: nei mercati elettrici europei, il prezzo dell'energia è fissato dal costo marginale dell'ultimo impianto necessario a soddisfare la domanda — quasi sempre una centrale a gas. Quando il prezzo del gas sale, salgono anche i ricavi degli impianti eolici e fotovoltaici, i cui costi di produzione restano invece bassissimi.

Il risultato? Profitti straordinari per gli operatori rinnovabili, finanziati inconsapevolmente dalle bollette dei consumatori. Una distorsione che nel 2022 venne affrontata con il regolamento europeo sui revenue caps, poi lasciato scadere senza un vero seguito.

Riprendere quel meccanismo, magari in forma più strutturale e meno emergenziale, consentirebbe di redistribuire risorse significative verso famiglie e imprese senza gravare sui bilanci pubblici. Non si tratta di punire le rinnovabili — che restano la colonna portante della transizione energetica — ma di evitare che un difetto di architettura del mercato elettrico produca rendite ingiustificate proprio nei momenti di maggiore sofferenza per i consumatori.

Idroelettrico: il gigante addormentato dell'energia italiana

C'è poi una risorsa che l'Italia possiede e sottoutilizza: il suo patrimonio idroelettrico. Con oltre 4.300 impianti distribuiti lungo l'arco alpino e appenninico, l'idroelettrico rappresenta storicamente la prima fonte rinnovabile del Paese. Eppure molte centrali operano con tecnologie datate, rendimenti inferiori al potenziale e concessioni in scadenza avvolte in un groviglio burocratico che ne paralizza l'ammodernamento.

La proposta di investire nella modernizzazione delle centrali idroelettriche esistenti è tanto ovvia quanto trascurata. Si stima che il repowering degli impianti obsoleti potrebbe aumentare la produzione del 10-15% senza costruire una sola nuova diga, senza consumo di suolo aggiuntivo, con tempi di realizzazione incomparabilmente più brevi rispetto a qualsiasi altra infrastruttura energetica.

Il nodo è la questione delle concessioni: la gara europea imposta dalla direttiva Bolkestein si trascina da anni tra ricorsi, proroghe e resistenze regionali. Sbloccare questo dossier significherebbe attrarre investimenti privati nell'ordine di miliardi di euro, con ricadute immediate sulla produzione di energia pulita e programmabile — qualità, quest'ultima, che eolico e fotovoltaico non possono garantire da soli.

Il nodo nucleare: Von der Leyen rompe il tabù

A Bruxelles, intanto, si è aperto un fronte che fino a pochi anni fa sembrava impensabile. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha criticato apertamente la scelta di diversi Paesi membri di ridurre la quota di energia nucleare nel proprio mix energetico, definendola un errore strategico alla luce dell'attuale crisi.

È un cambio di passo significativo. Il nucleare, a lungo considerato un tabù nel dibattito politico europeo — soprattutto dopo Fukushima —, torna prepotentemente al centro della discussione sulla sicurezza energetica. La Francia, che ha mantenuto un parco reattori imponente, si trova oggi in una posizione di vantaggio relativo, con costi dell'elettricità mediamente inferiori a quelli dei vicini tedeschi, che nel 2023 hanno spento le ultime tre centrali.

Per l'Italia, il discorso è più complesso. Il referendum del 1987 e quello del 2011 hanno chiuso — almeno formalmente — la porta al nucleare tradizionale. Ma le tecnologie di nuova generazione, in particolare i piccoli reattori modulari (Small Modular Reactors, SMR), stanno riaprendo il dibattito. Come approfondito nell'analisi su Il Futuro dell'Energia: Punti di Vista di Giovanni Musso sull'Idrogeno Verde e Mini Nucleare, le prospettive tecnologiche esistono, ma i tempi di realizzazione — non inferiori al decennio — impongono di non considerarle una risposta all'emergenza attuale.

Sicurezza degli approvvigionamenti: la partita che non si può perdere

Al di là delle singole misure, il filo conduttore è uno: l'Europa non può permettersi un'altra crisi energetica della portata di quella del 2022. Non per i costi economici, che pure sarebbero devastanti. Ma perché una nuova emergenza energetica metterebbe a rischio la coesione sociale e la credibilità stessa del progetto europeo.

La diversificazione delle fonti di approvvigionamento, avviata con successo nel biennio 2022-2023 tramite l'aumento delle importazioni di GNL da Stati Uniti, Qatar e Africa, deve proseguire. Ma non basta comprare gas altrove: occorre ridurre strutturalmente la dipendenza dai combustibili fossili, accelerando sulle rinnovabili, sullo stoccaggio energetico, sull'efficienza degli edifici e dei processi industriali.

L'Italia, dal canto suo, ha carte da giocare che altri Paesi non hanno. Il sole, il vento, l'acqua. Un sistema manifatturiero che, se messo nelle condizioni giuste, può diventare protagonista della transizione industriale verde. Servono però scelte nette, non annunci.

La richiesta di Giorgetti a Bruxelles va nella direzione giusta, ma dovrà essere accompagnata da un piano nazionale altrettanto ambizioso. Gli extraprofitti delle rinnovabili possono essere parte della soluzione. L'ammodernamento dell'idroelettrico è un cantiere che andrebbe aperto domani mattina. Sul nucleare di nuova generazione, si può e si deve ragionare — con realismo sui tempi.

Quel che non ci si può permettere, ancora una volta, è l'inerzia.

Pubblicato il: 11 marzo 2026 alle ore 15:41

Domande frequenti

Quali sono le principali cause dell'attuale caro energia in Italia e in Europa?

Le principali cause sono il contesto geopolitico instabile dovuto alla guerra in Ucraina e alle tensioni in Medio Oriente, che aumentano l'incertezza sui mercati internazionali di gas e petrolio, con conseguente aumento delle bollette per famiglie e imprese.

Cosa chiede l'Italia all'Unione Europea per contrastare il caro energia?

L'Italia, tramite il ministro Giorgetti, chiede a Bruxelles misure straordinarie a livello europeo perché gli interventi nazionali rischiano di essere insufficienti e troppo costosi. La richiesta è condivisa anche da altri paesi membri, preoccupati per la competitività industriale europea.

In che modo gli extraprofitti delle rinnovabili possono aiutare a ridurre il caro energia?

Intervenire sugli extraprofitti delle rinnovabili permetterebbe di redistribuire risorse verso famiglie e imprese, senza gravare sui bilanci pubblici. Questo meccanismo eviterebbe che le distorsioni del mercato elettrico generino profitti ingiustificati proprio nei momenti di crisi per i consumatori.

Perché l’idroelettrico viene definito il 'gigante addormentato' dell’energia italiana?

L’idroelettrico è storicamente la prima fonte rinnovabile italiana ma è sottoutilizzato a causa di tecnologie obsolete e problemi burocratici legati alle concessioni. Ammodernare gli impianti esistenti potrebbe aumentare la produzione del 10-15% senza nuovi impatti ambientali.

Qual è la posizione attuale sul nucleare in Italia e in Europa?

A livello europeo, la Commissione sostiene il nucleare come strumento di sicurezza energetica, mentre in Italia il settore è bloccato da referendum passati. Tuttavia, nuove tecnologie come i piccoli reattori modulari stanno riaprendo il dibattito, anche se non rappresentano una soluzione immediata all'emergenza.

Quali strategie strutturali sono suggerite per garantire la sicurezza degli approvvigionamenti energetici?

È necessario diversificare le fonti di approvvigionamento, accelerare sulle rinnovabili, investire nello stoccaggio energetico e migliorare l’efficienza energetica di edifici e industria. L’Italia può puntare su sole, vento, acqua e innovazione industriale per rafforzare la propria sicurezza energetica.

Savino Grimaldi

Articolo creato da

Savino Grimaldi

Giornalista Pubblicista Savino Grimaldi è un giornalista laureando in Economia e Commercio, con una solida esperienza maturata nel settore della formazione. Da anni lavora con competenza nell’ambito della formazione professionale, distinguendosi per una conoscenza approfondita delle politiche attive del lavoro e delle dinamiche che legano istruzione, occupazione e sviluppo delle competenze. Alla preparazione economica e professionale affianca una grande passione per la lettura e per il giornalismo, che ne arricchiscono il profilo umano e culturale. Spazia con disinvoltura tra diverse tematiche, offrendo sempre il proprio punto di vista con equilibrio, sensibilità e spirito critico.

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