- Le critiche di Trump e il nodo energia
- Lo Stretto di Hormuz: la variabile che spaventa l'industria
- Eni e il ritorno del gas russo sul tavolo
- La risposta dell'Europa: ridurre la domanda, ma basterà?
- Diesel, fertilizzanti e la fragilità strutturale italiana
- Quale strada per l'indipendenza energetica
- Domande frequenti
Le critiche di Trump e il nodo energia
La telefonata è stata tutt'altro che di cortesia. Donald Trump ha puntato il dito contro Giorgia Meloni, accusando l'Italia di pagare l'energia a prezzi insostenibili, un fardello che, a suo dire, frena la competitività e rende il Paese vulnerabile. Un affondo pubblico, arrivato in un momento in cui i rapporti transatlantici erano già attraversati da tensioni su più fronti, dalla politica commerciale alla gestione delle crisi internazionali.
Le parole del presidente americano non sono cadute nel vuoto. A Roma il tema dei costi energetici è da anni una ferita aperta, ma nel 2026 il contesto geopolitico lo ha reso una vera emergenza strategica. L'Italia, lo dicono i numeri, resta uno dei Paesi europei più esposti alla volatilità dei mercati energetici globali. E le critiche di Trump, per quanto strumentali, toccano un nervo scoperto.
Non è la prima volta che le mosse dell'inquilino della Casa Bianca generano onde d'urto ben oltre i confini americani. Come già emerso con le Tensioni tra Stati Uniti e Ucraina dopo lo scontro tra Trump e Zelensky, la diplomazia trumpiana procede per strappi, e ogni strappo lascia alleati e partner in una posizione scomoda.
Lo Stretto di Hormuz: la variabile che spaventa l'industria
A rendere il quadro ancora più cupo c'è lo scenario dello Stretto di Hormuz. Il passaggio marittimo tra Iran e Oman, attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale, è tornato al centro delle preoccupazioni dopo le ultime escalation nella regione del Golfo. Una sua eventuale chiusura, anche temporanea, avrebbe effetti devastanti.
Per l'Italia il problema è duplice. Da un lato, il blocco delle rotte farebbe schizzare alle stelle il prezzo del greggio e del gas naturale liquefatto (GNL) che Roma importa in quantità crescenti. Dall'altro, si interromperebbero le catene di approvvigionamento di materie prime essenziali per il tessuto industriale italiano, dal petrolchimico alla manifattura.
Gli analisti del settore non usano mezzi termini: una crisi prolungata nello Stretto di Hormuz potrebbe provocare fermi produttivi a catena nelle aree industriali del Nord Italia nel giro di poche settimane. E i piani di emergenza, stando a quanto emerge da fonti governative, sono considerati insufficienti rispetto alla portata del rischio.
Eni e il ritorno del gas russo sul tavolo
È in questo contesto che vanno lette le dichiarazioni dell'amministratore delegato di Eni, il quale ha apertamente suggerito di riconsiderare la possibilità di riprendere le forniture di gas dalla Russia. Una posizione che, fino a pochi mesi fa, sarebbe stata politicamente impronunciabile.
Dopo l'invasione dell'Ucraina nel 2022, l'Europa aveva intrapreso un percorso di progressivo distacco dal gas russo, percorso che l'Italia aveva seguito con convinzione, diversificando i fornitori e puntando su Algeria, Azerbaijan, GNL americano e norvegese. Ma i costi di questa transizione si sono rivelati più alti del previsto. E ora, con la doppia minaccia di una crisi a Hormuz e di pressioni americane sui prezzi, il pragmatismo energetico sembra prevalere sulla coerenza geopolitica.
La proposta di Eni non è isolata. Diversi operatori del settore, come sottolineato da fonti industriali, considerano il gas russo ancora competitivo sul piano dei costi e, soprattutto, tecnicamente accessibile attraverso le infrastrutture esistenti. Il gasdotto TurkStream, che attraversa il Mar Nero e la Turchia, resta operativo e potrebbe aumentare la capacità di trasporto verso l'Europa meridionale.
La risposta dell'Europa: ridurre la domanda, ma basterà?
Bruxelles, dal canto suo, mantiene la linea. La Commissione europea continua a raccomandare una riduzione della domanda energetica come strategia prioritaria, affiancata dall'accelerazione sulle rinnovabili e dall'efficienza energetica degli edifici. Il piano REPowerEU, aggiornato nel 2025, fissa obiettivi ambiziosi ma i risultati, almeno finora, restano disomogenei tra i vari Stati membri.
L'Italia ha fatto progressi significativi nella capacità di rigassificazione, con i nuovi terminali di Piombino e Ravenna entrati a regime. Tuttavia, il costo del GNL importato via nave resta strutturalmente superiore a quello del gas trasportato via gasdotto. Un dato che pesa sulle bollette di famiglie e imprese e che alimenta la tentazione di riaprire canali più economici, anche se politicamente controversi.
La questione resta aperta, e la frattura tra le capitali europee si allarga. Mentre Paesi come la Germania hanno già ridotto drasticamente la dipendenza dal gas russo, altri, tra cui l'Ungheria e la Slovacchia, non hanno mai interrotto del tutto i flussi. L'Italia si trova in una posizione intermedia, e la scelta che farà nei prossimi mesi avrà conseguenze di lungo periodo.
Diesel, fertilizzanti e la fragilità strutturale italiana
C'è un aspetto della dipendenza energetica italiana che spesso sfugge al dibattito pubblico: non si tratta solo di gas ed elettricità. L'Italia importa dall'estero una quota significativa di diesel e di fertilizzanti, due prodotti la cui disponibilità è legata a doppio filo ai mercati energetici globali.
Il diesel, fondamentale per il trasporto merci e per l'agricoltura meccanizzata, arriva in buona parte da raffinerie del Medio Oriente e del Nord Africa. I fertilizzanti azotati, a loro volta, sono prodotti a partire dal gas naturale, e i principali esportatori mondiali includono Russia, Egitto e Qatar. Un'interruzione delle forniture, per ragioni geopolitiche o logistiche, avrebbe ripercussioni immediate sul settore agroalimentare, uno dei pilastri dell'economia nazionale.
Questa fragilità strutturale era già nota prima della crisi ucraina, ma la combinazione di eventi del 2026, dalle provocazioni di Trump alla tensione su Hormuz, la rende drammaticamente attuale. Il comparto industriale italiano, già provato dagli effetti a catena delle turbolenze finanziarie globali (basti pensare alla Crisi Economica: I Miliardari Perdono 209 Miliardi di Dollari dopo il Giuramento di Trump), chiede risposte rapide e concrete.
Quale strada per l'indipendenza energetica
Il governo Meloni si trova davanti a un bivio che non ammette soluzioni semplici. Da un lato, la pressione interna di un settore industriale che chiede energia a costi competitivi. Dall'altro, i vincoli europei e atlantici che rendono il ritorno al gas russo un passo politicamente rischioso.
Le opzioni sul tavolo sono diverse, nessuna priva di controindicazioni:
- Aumento della produzione nazionale di gas, con nuove concessioni nell'Adriatico e nel Canale di Sicilia, una strada che incontra resistenze ambientali e tempi burocratici lunghi.
- Potenziamento delle rinnovabili, in particolare eolico offshore e fotovoltaico di grande scala, ma i ritardi autorizzativi continuano a frenare i progetti.
- Diversificazione ulteriore dei fornitori, guardando all'Africa subsahariana (Mozambico, Nigeria) e al Mediterraneo orientale.
- Riapertura parziale e controllata dei flussi russi, un'ipotesi che Eni ha messo sul tavolo e che potrebbe trovare sponda in una parte della maggioranza parlamentare.
La partita, è evidente, non si gioca solo sul piano tecnico. È una questione di posizionamento geopolitico dell'Italia in un mondo dove le alleanze tradizionali scricchiolano e le vulnerabilità strutturali diventano leve di pressione. Le critiche di Trump, per quanto brutali nella forma, hanno avuto il merito involontario di riportare al centro del dibattito un tema che il Paese non può più permettersi di rinviare.
In un contesto in cui anche la sicurezza digitale delle infrastrutture critiche è sotto pressione, come dimostrano i recenti episodi di Attacco informatico in Italia: il DDoS e le sue conseguenze, la resilienza energetica italiana appare come una sfida che attraversa tutti i livelli, dalla geopolitica alla tecnologia, dalla diplomazia alla politica industriale. E il tempo per affrontarla si sta accorciando.