- Lo scenario: Hormuz bloccato, Europa in allarme
- Una crisi peggiore del 2022: i numeri parlano chiaro
- Patto di stabilità, la richiesta di sospensione
- De Scalzi e il nodo del gas russo
- I tempi della ripresa: niente soluzioni rapide
- Domande frequenti
Lo scenario: Hormuz bloccato, Europa in allarme
Lo Stretto di Hormuz è un collo di bottiglia largo appena 33 chilometri attraverso il quale transita circa un quinto del petrolio mondiale. Bloccarlo significa, nei fatti, strangolare i mercati energetici globali. Ed è esattamente ciò che sta accadendo.
La decisione dell'amministrazione Trump di impedire i transiti commerciali nello stretto, ufficialmente nell'ambito della pressione massima sull'Iran, ha innescato una reazione a catena che investe in pieno il Vecchio Continente. I prezzi del greggio sono schizzati verso l'alto nel giro di poche ore, i mercati del gas naturale liquefatto hanno registrato tensioni immediate e le cancellerie europee si trovano di fronte a uno scenario che molti analisti definiscono senza precedenti.
Non è la prima volta che Washington gioca la carta della pressione sulle rotte energetiche mediorientali. Ma un blocco totale dei transiti rappresenta un salto di qualità rispetto alle sanzioni mirate degli anni passati. E l'Europa, ancora convalescente dalla crisi energetica del 2022, si scopre drammaticamente vulnerabile.
Una crisi peggiore del 2022: i numeri parlano chiaro
Stando a quanto emerge dalle prime analisi, le conseguenze del blocco dello Stretto di Hormuz potrebbero superare per gravità lo shock energetico provocato dall'invasione russa dell'Ucraina. Nel 2022 l'Europa riuscì, con fatica e a costi elevatissimi, a diversificare le proprie fonti di approvvigionamento. Ma oggi il margine di manovra si è ridotto.
I motivi sono molteplici. Le scorte strategiche di gas, pur superiori ai minimi storici, non sono sufficienti a coprire un'interruzione prolungata delle forniture mediorientali. Le infrastrutture per il GNL, potenziate negli ultimi anni, operano già vicino alla capacità massima. E il mercato spot globale, dove l'Europa compete con i paesi asiatici per ogni carico disponibile, rischia di trasformarsi in un'asta al rialzo con pochi vincitori.
L'impatto si farebbe sentire ben oltre il settore energetico. Industria pesante, chimica, agricoltura: interi comparti produttivi europei dipendono da prezzi dell'energia sostenibili. Un raddoppio o un triplicamento dei costi, come avvenne due anni fa, metterebbe in ginocchio le imprese già provate dalla congiuntura difficile. Gli effetti economici globali della politica energetica di Trump, del resto, erano già evidenti all'indomani del suo insediamento, quando i miliardari persero 209 miliardi di dollari in un solo giorno. Ora lo scenario rischia di aggravarsi ulteriormente.
Patto di stabilità, la richiesta di sospensione
Di fronte alla portata della crisi, il dibattito politico europeo si è immediatamente spostato su un terreno che sembrava archiviato: la sospensione del Patto di stabilità. La richiesta arriva da più parti e attraversa trasversalmente gli schieramenti.
La logica è semplice, quasi brutale nella sua evidenza. Se l'Unione Europea vuole proteggere cittadini e imprese dall'esplosione dei costi energetici, servono risorse pubbliche massicce: sussidi, price cap, incentivi alla riconversione, sostegni al reddito. Tutte misure incompatibili con i vincoli di bilancio che il nuovo Patto di stabilità, riformato appena nel 2024, impone agli Stati membri.
Come sottolineato da Alfonso Gentili, tra i più autorevoli osservatori delle dinamiche energetiche europee, la crisi attuale richiede una risposta coordinata e senza esitazioni. Non si tratta di un'emergenza temporanea risolvibile con qualche aggiustamento contabile: il blocco di Hormuz colpisce le fondamenta stesse del modello energetico europeo.
La Commissione Europea, per ora, non si è espressa ufficialmente sulla possibilità di attivare la clausola di salvaguardia generale, lo strumento che già fu utilizzato durante la pandemia di Covid-19 per congelare i parametri di Maastricht. Ma la pressione cresce di ora in ora.
De Scalzi e il nodo del gas russo
In questo clima di emergenza, una proposta ha fatto particolarmente discutere. Claudio De Scalzi, figura di primo piano del settore energetico italiano, ha suggerito di sospendere il bando europeo al gas russo previsto dal 2027. Una posizione che rompe un tabù politico consolidatosi negli ultimi anni, ma che risponde a una logica pragmatica difficile da ignorare.
L'Europa si era impegnata a eliminare progressivamente la dipendenza dal gas di Mosca entro il 2027, un obiettivo ambizioso che presupponeva la disponibilità di fonti alternative sufficienti. Con Hormuz bloccato, quella disponibilità viene meno. E la scelta si riduce a un dilemma crudo: mantenere la coerenza geopolitica anti-Mosca o garantire la sicurezza energetica del continente.
De Scalzi non è solo in questa posizione. Diversi operatori del settore, pur preferendo non esporsi pubblicamente, condividono l'analisi di fondo: in un contesto di emergenza, ogni fonte di approvvigionamento va presa in considerazione. La realpolitik energetica, insomma, torna a dettare l'agenda.
I tempi della ripresa: niente soluzioni rapide
C'è un aspetto della crisi che rischia di essere sottovalutato nel dibattito pubblico. Anche nell'ipotesi più ottimistica, quella di un rapido accordo diplomatico che porti alla riapertura dello Stretto di Hormuz, il ritorno alla normalità non sarà immediato.
Gentili lo ha sottolineato con chiarezza: i mercati energetici hanno tempi propri, che non coincidono con quelli della politica. Le catene logistiche interrotte impiegano settimane, talvolta mesi, per ricomporsi. I contratti a lungo termine vanno rinegoziati. Le rotte marittime alternative, più lunghe e costose, non si smantellano dall'oggi al domani. I premi assicurativi sulle navi cisterna resteranno elevati a lungo, incorporando il rischio di nuove interruzioni.
L'Europa, in altre parole, deve prepararsi a un periodo prolungato di instabilità energetica. Non bastano le misure tampone: servono investimenti strutturali nella diversificazione, nelle rinnovabili, nello stoccaggio. Tutte cose che richiedono tempo e, soprattutto, denaro pubblico. Ecco perché la questione del Patto di stabilità non è un dettaglio tecnico ma il cuore stesso della risposta europea alla crisi.
La posta in gioco è altissima. Non si tratta solo di riscaldare le case il prossimo inverno o di mantenere in funzione le fabbriche. Si tratta di capire se l'Unione Europea è in grado di agire come attore unitario di fronte a uno shock esterno di questa portata, o se ogni Stato membro finirà per arrangiarsi da solo, in una corsa al ribasso che indebolirebbe tutti. La risposta, nelle prossime settimane, dirà molto sul futuro del progetto europeo.