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Marco Biagi, ventiquattro anni dopo: quelle idee che possono ancora far crescere l'occupazione
Lavoro

Marco Biagi, ventiquattro anni dopo: quelle idee che possono ancora far crescere l'occupazione

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A oltre due decenni dall'omicidio per mano delle Brigate Rosse, le intuizioni del giuslavorista bolognese restano un patrimonio inesplorato per affrontare i nodi strutturali del mercato del lavoro italiano

L'eredità di un riformista

Ventiquattro anni. Tanto è passato da quella sera del 19 marzo 2002, quando Marco Biagi fu assassinato dalle Brigate Rosse sotto il portico di casa sua, a Bologna, mentre rientrava in bicicletta dall'università. Un giuslavorista che aveva la colpa — agli occhi dei suoi carnefici — di voler cambiare il mercato del lavoro italiano, di pensare che flessibilità e tutela potessero convivere, che la modernizzazione non fosse un tradimento ma una necessità.

A distanza di oltre due decenni, la domanda che ci si pone non è più soltanto commemorativa. È sostanziale: quanto di ciò che Biagi aveva immaginato si è realizzato? E soprattutto, quanto delle sue intuizioni potrebbe ancora servire a un Paese che nel 2026 continua a fare i conti con squilibri profondi nel proprio mercato del lavoro?

La risposta, stando a quanto emerge dall'analisi dei dati e dal confronto con il dibattito corrente sulle politiche occupazionali, è meno scontata di quanto si pensi.

I numeri che Biagi aveva previsto

Biagi non era un ideologo. Era un tecnico con una visione politica. Studiava i modelli europei — quello danese della flexicurity in particolare — e li adattava alla realtà italiana, consapevole delle sue specificità: un tessuto produttivo frammentato in piccole e medie imprese, un welfare costruito attorno al capofamiglia maschio con contratto a tempo indeterminato, un divario territoriale che rendeva ogni riforma nazionale inevitabilmente asimmetrica nei suoi effetti.

Il decreto legislativo 276/2003, noto come Legge Biagi, varato dopo la sua morte, introdusse nuove tipologie contrattuali — dal lavoro a progetto al job sharing, dall'apprendistato riformato alla somministrazione — con l'obiettivo dichiarato di far emergere il lavoro nero e offrire percorsi di ingresso nel mercato del lavoro a chi ne era escluso. Quella legge fu criticata da sinistra come precarizzante e da destra come insufficiente. Molte delle sue disposizioni sono state poi superate o riscritte — dal decreto Poletti al Jobs Act renziano —, eppure l'impianto concettuale di Biagi non ha perso attualità.

La sua insistenza sulla necessità di collegare formazione e lavoro, di creare un sistema di welfare attivo che accompagnasse le transizioni professionali anziché limitarsi a tamponare la disoccupazione con ammortizzatori passivi, suona oggi come una diagnosi ancora perfettamente calzante. Come sottolineato anche dai Consulenti del Lavoro nelle loro recenti raccomandazioni, la crescita occupazionale passa inevitabilmente per politiche attive strutturate e per un ripensamento dei servizi per l'impiego.

Disoccupazione giovanile e femminile: la doppia emergenza

I dati del 2026 confermano che i due fronti più critici del mercato del lavoro italiano restano esattamente quelli su cui Biagi aveva concentrato la propria attenzione: i giovani e le donne.

La disoccupazione giovanile in Italia si mantiene su livelli significativamente superiori alla media europea. Una generazione che ha attraversato la crisi finanziaria del 2008, la pandemia del 2020 e le turbolenze economiche successive si trova a competere in un mercato che premia l'esperienza ma non offre abbastanza porte d'ingresso. Il paradosso è noto: servono competenze, ma per acquisirle servono opportunità. Biagi lo aveva capito prima di molti altri, proponendo un sistema di alternanza scuola-lavoro e di apprendistato qualificante che avrebbe dovuto diventare la spina dorsale della transizione tra formazione e occupazione.

Quel modello non si è mai pienamente realizzato. L'apprendistato di primo livello — quello destinato ai più giovani, integrato con i percorsi scolastici — resta marginale. I tirocini extracurricolari, pensati come strumento di orientamento, si sono spesso trasformati in forme di lavoro sottopagato. E la questione delle competenze digitali, che oggi pesano quanto e talvolta più di un titolo di studio tradizionale, avrebbe richiesto quell'approccio sistemico che Biagi predicava: non bastano i corsi di aggiornamento, serve un ripensamento dell'intero rapporto tra istruzione e mercato. Su questo fronte, il dibattito su quanto le competenze digitali valgano più della laurea fotografa una trasformazione in atto che il legislatore fatica ancora a governare.

Quanto all'occupazione femminile, i numeri raccontano una storia di progresso lentissimo. L'Italia resta agli ultimi posti in Europa per tasso di partecipazione delle donne al mercato del lavoro, con un divario particolarmente marcato nel Mezzogiorno e tra le madri con figli piccoli. Biagi aveva insistito sulla necessità di politiche di conciliazione strutturali — non bonus una tantum, ma infrastrutture: asili nido, servizi di cura, flessibilità organizzativa — che permettessero alle donne di non dover scegliere tra carriera e famiglia. Un quarto di secolo dopo, quella scelta è ancora imposta a troppe lavoratrici.

Modernizzare le politiche sociali: una lezione incompiuta

C'è un filo rosso che lega tutte le proposte di Biagi: l'idea che il welfare non debba essere un paracadute statico, ma un trampolino dinamico. Un sistema che non si limita a garantire un reddito a chi perde il lavoro, ma che investe sulla riqualificazione, sull'orientamento, sulla mobilità professionale.

È la differenza, enorme, tra politiche passive e politiche attive. L'Italia ha storicamente privilegiato le prime — cassa integrazione, indennità di disoccupazione, e più recentemente il Reddito di Cittadinanza e i suoi successori — dedicando risorse residuali alle seconde. I Centri per l'Impiego, che avrebbero dovuto essere il perno del sistema, sono rimasti per anni sottodimensionati e sottoutilizzati, nonostante i finanziamenti del PNRR destinati a potenziarli.

Biagi immaginava un mercato del lavoro in cui la flessibilità contrattuale fosse compensata da un robusto sistema di sicurezza sociale: non la flessibilità selvaggia che i suoi critici gli attribuivano, ma una flessibilità negoziata, governata, accompagnata. Il modello danese che studiava prevedeva tre pilastri: facilità di assunzione e licenziamento, generosi sussidi di disoccupazione, e programmi intensivi di ricollocamento. L'Italia ha importato — in modo parziale e disordinato — il primo pilastro, ha mantenuto un sistema di sussidi frammentato, e non ha mai costruito seriamente il terzo.

La questione resta aperta. E non è solo una questione tecnica: è una questione di visione politica. Ogni riforma del lavoro degli ultimi vent'anni — dal Pacchetto Treu alla Legge Biagi, dalla Riforma Fornero al Jobs Act, fino agli interventi più recenti — ha affrontato pezzi del problema senza mai riuscire a comporre il puzzle.

Cosa resta da fare

Rileggere oggi gli scritti di Marco Biagi — i saggi accademici, gli interventi sui giornali, le relazioni preparatorie — produce una sensazione ambivalente. Da un lato la conferma della lucidità di un'analisi che il tempo non ha smentito. Dall'altro l'amarezza per un percorso riformatore interrotto dalla violenza e mai ripreso con la stessa coerenza.

Le priorità che Biagi indicava restano, con impressionante precisione, le priorità del 2026:

  • Riqualificazione permanente della forza lavoro, in un'economia che cambia più velocemente della capacità del sistema formativo di adeguarsi
  • Inclusione dei giovani attraverso strumenti che uniscano formazione e lavoro in modo strutturale, non episodico
  • Partecipazione femminile come leva di crescita economica, non come concessione sociale
  • Riforma dei servizi per l'impiego, trasformandoli da uffici burocratici in vere agenzie di accompagnamento professionale
  • Dialogo sociale tra parti datoriali e sindacali come metodo, non come ostacolo

Il mercato del lavoro italiano del 2026 è diverso da quello del 2002: più digitalizzato, più globalizzato, attraversato dalla transizione ecologica e dall'intelligenza artificiale. Ma le sue fragilità strutturali — il dualismo insider-outsider, il divario Nord-Sud, il deficit di politiche attive — sono le stesse che Biagi aveva diagnosticato. Con una differenza: oggi non abbiamo più l'alibi del tempo. Le trasformazioni in corso non aspettano i tempi della politica italiana.

Onorare la memoria di Marco Biagi, ventiquattro anni dopo, non significa celebrare un martire. Significa prendere sul serio le sue idee. E metterle finalmente in pratica.

Pubblicato il: 15 marzo 2026 alle ore 10:14

Domande frequenti

Qual è l’eredità principale lasciata da Marco Biagi nelle politiche del lavoro italiane?

Marco Biagi ha lasciato un'impronta significativa promuovendo la convivenza tra flessibilità e tutela nel mercato del lavoro, puntando su una modernizzazione capace di adattarsi alle specificità italiane. Le sue idee sono tuttora attuali, soprattutto riguardo al collegamento tra formazione, lavoro e welfare attivo.

In che modo la Legge Biagi ha cercato di riformare il mercato del lavoro italiano?

La Legge Biagi (D.Lgs. 276/2003) ha introdotto nuove tipologie contrattuali per incentivare l’emersione del lavoro nero e facilitare l’ingresso nel mercato del lavoro di categorie escluse. Nonostante critiche e successive modifiche, il suo impianto concettuale continua a influenzare il dibattito sulle politiche attive.

Quali sono oggi i principali problemi occupazionali identificati da Biagi che restano irrisolti?

Le emergenze principali sono la disoccupazione giovanile e femminile, entrambe ancora superiori alla media europea e aggravate da carenze strutturali in formazione, servizi di conciliazione e accesso al lavoro. Le soluzioni proposte da Biagi, come apprendistato e politiche di conciliazione strutturali, non sono state pienamente realizzate.

Cosa intendeva Biagi per politiche attive e perché sono considerate una 'lezione incompiuta'?

Biagi sosteneva che il welfare dovesse essere dinamico, investendo su orientamento, riqualificazione e mobilità professionale, invece di limitarsi ai sussidi. In Italia, le politiche attive sono rimaste marginali rispetto a quelle passive, e i Centri per l’Impiego non sono stati trasformati in efficaci agenzie di accompagnamento professionale.

Quali sono le priorità attuali per migliorare il mercato del lavoro secondo le idee di Biagi?

Le priorità includono la riqualificazione continua della forza lavoro, l’inclusione dei giovani tramite strumenti strutturali di transizione tra scuola e lavoro, l’aumento della partecipazione femminile, la riforma dei servizi per l’impiego e il rafforzamento del dialogo sociale tra le parti.

Savino Grimaldi

Articolo creato da

Savino Grimaldi

Giornalista Pubblicista Savino Grimaldi è un giornalista laureando in Economia e Commercio, con una solida esperienza maturata nel settore della formazione. Da anni lavora con competenza nell’ambito della formazione professionale, distinguendosi per una conoscenza approfondita delle politiche attive del lavoro e delle dinamiche che legano istruzione, occupazione e sviluppo delle competenze. Alla preparazione economica e professionale affianca una grande passione per la lettura e per il giornalismo, che ne arricchiscono il profilo umano e culturale. Spazia con disinvoltura tra diverse tematiche, offrendo sempre il proprio punto di vista con equilibrio, sensibilità e spirito critico.

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