Gli studenti degli istituti tecnici italiani continueranno a sedersi in classe per circa 32 ore settimanali. Nessun taglio al monte ore complessivo, dunque. Eppure, dietro questa apparente stabilità, il Dm 29/2026 del Ministero dell'Istruzione e del Merito introduce modifiche sostanziali che rischiano di ridisegnare la mappa delle cattedre, penalizzando intere classi di concorso. La riforma punta a rafforzare le materie di indirizzo e le attività laboratoriali, riducendo il peso dell'area generale. Un principio che, tradotto in pratica, significa meno ore per discipline come geografia, scienze e italiano nelle classi terminali, e più spazio per le competenze tecniche e professionalizzanti. Il risultato è un sistema che cambia pelle senza apparenti tagli complessivi, ma che redistribuisce risorse in modo tutt'altro che indolore. A pagare il prezzo più alto saranno le ore di cattedra su materia, con ricadute dirette sul numero di docenti necessari a sostenere il sistema educativo degli istituti tecnici. La questione non è solo organizzativa: tocca il cuore di un dibattito che riguarda la qualità della formazione, l'equilibrio tra saperi umanistici e competenze tecniche, e soprattutto la condizione lavorativa di migliaia di insegnanti già alle prese con una precarietà strutturale. Il decreto, pubblicato il 23 marzo 2026, ha immediatamente acceso il confronto tra istituzioni, sindacati e mondo della scuola.
Come vengono ridistribuite le ore di lezione
Il meccanismo è semplice nella sua logica, meno nelle conseguenze. Il decreto riduce il peso dell'area generale per rafforzare le materie di indirizzo e le attività laboratoriali. Nel biennio, le ore di alcune discipline fondamentali restano invariate: italiano mantiene 4 ore, inglese 3, matematica 4. Le modifiche colpiscono altrove. Geografia scende da 3 a 2 ore settimanali. Scienze, che comprendeva 4 ore complessive distribuite tra fisica e chimica, passa a 3 ore integrate, con un accorpamento che modifica la natura stessa dell'insegnamento. Nel triennio, la novità più rilevante riguarda italiano, che perde 1 ora nelle classi quinte, passando da 4 a 3 ore settimanali. Una riduzione che, per quanto circoscritta all'ultimo anno, ha un valore simbolico significativo: si tratta della disciplina che accompagna gli studenti alla maturità, all'elaborazione del pensiero critico, alla padronanza della lingua scritta. In compenso, le materie di indirizzo crescono sensibilmente, passando da 12 a circa 16 ore settimanali. Un incremento del 33% che riflette la volontà del Ministero di avvicinare la formazione tecnica alle esigenze del mercato del lavoro. Ma ciò che non viene chiarito a livello ministeriale è come debbano essere ripartite esattamente queste ore. Lo stesso vale per le discipline scientifiche: la percentuale oraria complessiva non cambia, ma l'accorpamento rende opaca la distribuzione effettiva tra le singole materie. A completare il quadro, una quota di flessibilità di 2 ore settimanali affidata all'autonomia dei singoli istituti. Una variabile che, come vedremo, introduce tanto opportunità quanto incertezza.
Quali cattedre restano con meno ore
I numeri parlano chiaro. Le discipline che escono ridimensionate dalla riforma sono tre. Geografia nel biennio passa da 6 a 4 ore complessive (considerando i due anni), una contrazione del 33% che mette a rischio la possibilità stessa di costruire cattedre complete. Italiano perde 1 ora nelle classi quinte, un taglio che, moltiplicato per il numero di sezioni di un istituto, può tradursi nella scomparsa di intere cattedre. Scienze subisce la trasformazione più insidiosa: le 4 ore differenziate tra fisica e chimica diventano 3 ore accorpate tra più discipline, con un effetto domino sulle classi di concorso coinvolte. L'analisi condotta dai sindacati Flc Cgil, Cisl e Uil evidenzia un dato preoccupante: su materie come geografia, diritto ed economia, sarà molto difficile costruire cattedre complete. Queste discipline corrono il rischio concreto di vedersi ridotte le ore da 2 a 1, producendo, secondo le organizzazioni sindacali, "ulteriore precarietà nel corpo docente". Si tratta di una classe di lavoratori che, come denunciano i sindacati stessi, "arriva a spendere soldi per cercare di non rimanere indietro in graduatoria". Il riferimento è ai costi per abilitazioni, master, corsi di aggiornamento e titoli aggiuntivi che i docenti precari sostengono di tasca propria per mantenere o migliorare la propria posizione nelle graduatorie provinciali e d'istituto. La riforma, in questo senso, non aggiunge risorse al sistema: le sposta. E chi insegna le materie ridimensionate rischia di trovarsi con spezzoni orari insufficienti a garantire un contratto stabile.
Le 66 ore di autonomia: opportunità o incognita
Uno degli elementi cardine della riforma è la gestione delle 66 ore annue di autonomia, equivalenti a circa 2 ore settimanali nel biennio. Queste ore non sono assegnate a una disciplina specifica e possono essere utilizzate in modo flessibile dagli istituti. Le scuole potranno decidere di aumentare le ore dedicate a una materia, che sia linguistica o tecnologica, oppure attivare moduli interdisciplinari con più docenti. La riforma punta infatti su una didattica integrata e laboratoriale, con maggiore collaborazione tra insegnanti di discipline diverse. Sulla carta, è un'innovazione interessante. Nella pratica, apre scenari molto diversi da scuola a scuola. Un istituto tecnico di Milano potrebbe destinare le ore di autonomia al potenziamento dell'inglese tecnico, mentre uno di Catania potrebbe investirle in laboratori di elettronica. La varietà è un valore, ma pone un problema serio: pur con scelte diverse, tutte le scuole dovranno portare gli studenti agli stessi risultati finali, misurati attraverso prove standardizzate e l'esame di Stato. Questo richiede una programmazione molto attenta e condivisa, che presuppone competenze di coordinamento didattico non sempre disponibili, soprattutto negli istituti con organici ridotti o ad alto turnover di personale. C'è poi un aspetto che i sindacati sottolineano con forza: le 66 ore di autonomia non generano automaticamente nuove cattedre. Se un istituto decide di utilizzarle per potenziare una materia già presente nel curriculum, l'effetto sull'organico può essere positivo. Ma se le ore vengono frammentate in moduli brevi affidati a docenti diversi, il risultato sarà un'ulteriore proliferazione di spezzoni orari, aggravando il problema della precarietà anziché risolverlo. La flessibilità, insomma, è un'arma a doppio taglio.
La protesta dei sindacati e il nodo della precarietà
La reazione del mondo sindacale è stata immediata e dura. Pur riconoscendo che il monte ore complessivo non subisce riduzioni, le organizzazioni di categoria puntano il dito sulla redistribuzione interna, che a loro avviso maschera una contrazione dell'organico. Il ragionamento è lineare: se una materia perde ore, servono meno docenti per insegnarla. E in un sistema già caratterizzato da oltre 200.000 contratti a tempo determinato ogni anno, qualsiasi riduzione di cattedre si traduce in un aggravamento della precarietà strutturale. La Flc Cgil ha parlato di "riforma che scarica sui lavoratori della scuola il costo dell'innovazione didattica", sottolineando come l'accorpamento delle discipline scientifiche rischi di creare figure ibride, docenti chiamati a insegnare materie per le quali non hanno una formazione specifica. La Cisl Scuola ha invece insistito sulla necessità di accompagnare la riforma con un piano di riconversione professionale per i docenti delle classi di concorso penalizzate. La Uil Scuola ha chiesto al Ministero di chiarire i criteri di attribuzione delle ore di autonomia, per evitare che diventino uno strumento di gestione discrezionale da parte dei dirigenti scolastici. Il nodo, in fondo, è sempre lo stesso: la scuola italiana soffre di una contraddizione cronica tra ambizione riformatrice e risorse disponibili. Si chiede agli istituti di innovare, di personalizzare la didattica, di formare competenze trasversali, ma senza investimenti aggiuntivi sul personale. La riforma degli istituti tecnici apre a un sistema più flessibile, ma senza chiarire in che modo questa flessibilità si sposi con la cronica precarietà del corpo docente italiano.
Cosa resta da chiarire
Diversi aspetti del Dm 29/2026 rimangono aperti. Il Ministero non ha ancora fornito indicazioni precise sulla ripartizione delle ore di indirizzo tra le singole discipline, lasciando un margine di interpretazione che potrebbe generare disparità territoriali significative. Non è chiaro, inoltre, come verranno gestiti i passaggi di cattedra per i docenti delle materie ridimensionate, né se saranno previsti percorsi di riqualificazione professionale. La questione dell'uniformità dei risultati formativi, a fronte di scelte autonome molto diverse tra istituto e istituto, resta un punto critico che richiederà strumenti di monitoraggio e valutazione oggi non ancora definiti. Infine, manca un quadro finanziario: la riforma non prevede stanziamenti aggiuntivi per la formazione dei docenti, per l'adeguamento dei laboratori o per il coordinamento didattico necessario a far funzionare il nuovo modello. La redistribuzione delle ore negli istituti tecnici è dunque una riforma a costo zero per lo Stato, ma non per chi la subirà. I prossimi mesi diranno se il Ministero saprà colmare i vuoti normativi e rispondere alle preoccupazioni legittime di docenti e sindacati, oppure se la riforma si aggiungerà alla lunga lista di interventi sulla scuola italiana che promettono innovazione e producono, nei fatti, nuova incertezza.