Il comparto moda italiano si trova di fronte a un bivio. Da un lato, le crisi globali che comprimono i margini e mettono sotto pressione le filiere produttive. Dall'altro, una finestra di opportunità legata ai nuovi accordi commerciali internazionali e alla transizione tecnologica. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha scelto l'evento organizzato da Confindustria Accessori Moda e Confindustria Moda per tracciare la rotta: consolidamento, integrazione delle filiere e, soprattutto, crescita dimensionale delle imprese.
La convergenza tra Confindustria e governo
Il messaggio lanciato da Urso attraverso il social network X è netto: il Piano strategico presentato dalle due associazioni confindustriali è "in sintonia" con il Libro Bianco Made in Italy 2030, il documento programmatico del Mimit che punta a ridisegnare l'architettura competitiva del sistema produttivo nazionale. Non si tratta di una semplice coincidenza di vedute. Il Libro Bianco, elaborato nei mesi scorsi, individua nella frammentazione del tessuto imprenditoriale uno dei principali punti di debolezza del settore moda, un comparto che vale decine di miliardi di euro di export ma che resta popolato in larga parte da piccole e micro imprese.
La convergenza riguarda tre assi portanti: la valorizzazione del patrimonio di eccellenza, qualità e creatività che caratterizza il Made in Italy tessile, il rafforzamento di una strategia condivisa tra imprese, distretti e istituzioni, e la necessità di costruire filiere "pienamente integrate" capaci di reggere l'urto della competizione internazionale.
Le misure strutturali già in campo
Urso ha rivendicato il lavoro svolto dal Tavolo Moda, istituito all'inizio della legislatura come sede permanente di confronto tra governo e operatori del settore. Dal tavolo sono scaturite diverse misure che il ministro ha elencato con precisione:
- Fondo di Garanzia per le PMI, strumento cruciale per facilitare l'accesso al credito delle imprese più piccole
- Nuova Sabatini, per sostenere gli investimenti in beni strumentali
- Interventi specifici sulle fibre tessili naturali e riciclate, in risposta alle crescenti esigenze di sostenibilità
- Rafforzamento del credito d'imposta per i campionari, una leva fondamentale per un settore dove l'innovazione di prodotto è il motore della competitività
- Sostegno al passaggio generazionale delle competenze, inserito nel recente disegno di legge sulle PMI
Quest'ultimo punto merita attenzione particolare. Il settore moda italiano custodisce un patrimonio di saperi artigianali, spesso trasmessi oralmente, che rischia di disperdersi con il pensionamento di intere generazioni di maestranze. Il problema non è solo economico, è culturale.
Transizione 5.0: dieci miliardi in tre anni
Tra gli strumenti messi in campo, il ministro ha riservato un'enfasi particolare al nuovo Piano Transizione 5.0, definito "un asset importante". La dotazione è significativa: dieci miliardi di euro nei prossimi tre anni, a cui si affiancano i contratti di sviluppo e i mini-contratti di sviluppo gestiti da Invitalia.
Per il comparto moda, la transizione digitale e green rappresenta una doppia sfida. Da un lato, l'adozione di tecnologie avanzate nei processi produttivi, dalla progettazione assistita alla gestione intelligente della supply chain. Dall'altro, la necessità di rispondere alle normative europee sulla sostenibilità ambientale, che impongono standard sempre più stringenti in materia di tracciabilità dei materiali e riduzione dell'impatto ecologico.
La sfida delle aggregazioni
È però sul tema delle aggregazioni tra imprese che Urso ha concentrato il messaggio politicamente più rilevante. "Ora dobbiamo predisporre misure ancora più significative per facilitare le aggregazioni e la crescita dimensionale delle imprese", ha scritto il ministro, definendo questo obiettivo "assolutamente centrale soprattutto nel comparto della moda".
I numeri spiegano perché. Il sistema moda italiano conta migliaia di aziende, molte delle quali con fatturati inferiori ai dieci milioni di euro. Una polverizzazione che garantisce flessibilità e radicamento territoriale, ma che limita la capacità di investimento, la forza contrattuale nei confronti della grande distribuzione internazionale e la possibilità di presidiare mercati lontani.
Gli strumenti per favorire questo processo esistono già in parte. Urso ha citato il ruolo di Cassa Depositi e Prestiti, Invitalia e Sace, tre enti pubblici che possono intervenire con equity, garanzie e supporto all'internazionalizzazione. La sfida, ora, è rendere questi strumenti più accessibili e calibrarli sulle specificità di un settore dove la dimensione artigianale non è un difetto da correggere, ma un valore da preservare anche dentro strutture più grandi.
Nuovi mercati: dal Mercosur all'India
L'ultimo capitolo del ragionamento di Urso guarda oltre i confini europei. Il ministro ha indicato nei nuovi accordi di libero scambio una leva strategica per la moda italiana: Mercosur, Messico, India, Australia. Quattro aree geografiche con classi medie in espansione e una domanda crescente di prodotti di alta gamma.
L'accordo con il Mercosur, in particolare, aprirebbe le porte a un mercato di oltre 260 milioni di consumatori in Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay. Per il tessile-moda italiano, si tratta di un'opportunità concreta, a patto di avere imprese sufficientemente strutturate per affrontare la complessità logistica e normativa di questi mercati.
Anche il negoziato con l'India, pur ancora in fase embrionale, potrebbe rivelarsi decisivo. Il subcontinente rappresenta non solo un mercato di sbocco potenzialmente enorme, ma anche un concorrente temibile nella fascia medio-bassa della produzione tessile. Un accordo ben negoziato potrebbe proteggere le eccellenze italiane rafforzando al contempo l'accesso a materie prime e semilavorati a costi competitivi.
Sintesi finale
Il quadro delineato dal ministro Urso configura una strategia a più livelli per il rilancio della moda italiana. Le misure immediate, dal Piano Transizione 5.0 al credito d'imposta per i campionari, rispondono alle urgenze di breve periodo. L'obiettivo delle aggregazioni punta a trasformare la struttura stessa del comparto, superando la frammentazione senza sacrificare la qualità artigianale. I nuovi accordi commerciali, infine, promettono di ampliare il raggio d'azione delle imprese italiane in un momento in cui i mercati tradizionali europei mostrano segni di saturazione. Resta da verificare se le parole si tradurranno in strumenti operativi efficaci e, soprattutto, se le imprese del settore, spesso gelose della propria indipendenza, accetteranno di percorrere la strada dell'integrazione.