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Il cinema è morto? Darren Aronofsky ci prova con l’IA di Google e scoppia il caos
Cultura

Il cinema è morto? Darren Aronofsky ci prova con l’IA di Google e scoppia il caos

Darren Aronofsky lancia una serie sulla Rivoluzione Americana creata con IA Google DeepMind. Critica divisa tra innovazione e timori per il futuro del cinema.

Se pensavate che l’intelligenza artificiale fosse solo roba da chatbot o filtri buffi sui social, preparatevi a cambiare idea. Darren Aronofsky, il regista visionario che ci ha regalato capolavori come Il Cigno Nero e The Whale, ha deciso di lanciare un sasso pesantissimo nello stagno di Hollywood.

Ha presentato "On This Day… 1776", una serie che racconta la Rivoluzione Americana, ma con un dettaglio che ha fatto saltare sulla sedia i puristi: è stata realizzata quasi interamente con l’intelligenza artificiale di Google DeepMind. Non è solo un esperimento tecnico, è una vera e propria dichiarazione di guerra (o d’amore?) al futuro del cinema.

Quando la storia incontra l'algoritmo: cos’è "On This Day… 1776"

Non aspettatevi il classico kolossal in costume. La serie, prodotta dallo studio di Aronofsky "Primordial Soup" in collaborazione con Time Studios, è un viaggio nel passato che punta a farci vivere il 1776 come se stesse accadendo oggi. L’idea è quella di pubblicare gli episodi seguendo il calendario di 250 anni fa, trasformando la storia americana in una sorta di "diretta" dal passato. Ma la vera rivoluzione non è nei contenuti, bensì nella forma: ogni scena, ogni paesaggio e ogni movimento dei volti è frutto di calcoli matematici e modelli generativi.

Attori in carne e ossa? Sì, ma solo per la voce

In questo mare di pixel e algoritmi, resta però un’ancora di salvezza umana. Aronofsky non ha voluto rinunciare al talento degli interpreti reali, almeno per quanto riguarda l'anima dei personaggi. Tutte le voci che sentiamo nella serie appartengono ad attori professionisti iscritti al sindacato SAG-AFTRA. È un compromesso interessante: da una parte il corpo svanisce, sostituito da una simulazione digitale, dall'altra la voce resta l'ultimo baluardo dell'emozione umana. Un modo, forse, per dire che la tecnologia può fare molto, ma non può ancora (del tutto) recitare al posto nostro.

La critica non perdona: "Spazzatura digitale" o arte del futuro?

Come prevedibile, il web e la critica specializzata si sono spaccati in due. Se alcuni vedono in questo progetto la naturale evoluzione del linguaggio visivo, altri ci sono andati giù pesantissimi. Testate storiche come l'Hollywood Reporter non hanno usato mezzi termini definendo il lavoro "spazzatura IA", mentre c'è chi parla apertamente di "sbobba digitale" o, peggio, di "morte dell'arte". Il punto critico? Quegli sguardi un po' vuoti e quei dettagli che ogni tanto "tremano" tipici delle immagini generate dalle macchine, che per molti tolgono magia e profondità alla narrazione.

Il futuro di Hollywood tra timori e nuove frontiere

Ma allora, dobbiamo davvero preoccuparci? Aronofsky sembra convinto che questa sia solo una nuova "scatola dei colori" per gli artisti di domani. L'obiettivo non sarebbe quello di licenziare attori e registi, ma di esplorare territori visivi che fino a ieri erano semplicemente impossibili da realizzare per costi o complessità tecnica.

Certo, vedere un maestro del cinema "tradizionale" abbracciare così apertamente Google e i suoi algoritmi fa un certo effetto, ma forse è proprio questo il senso del progresso: farci discutere, arrabbiare e, alla fine, riflettere su cosa rende davvero "umano" un film.

Pubblicato il: 18 febbraio 2026 alle ore 13:46

Simona Alba

Articolo creato da

Simona Alba

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