Netflix non rimborsa gli utenti: sentenza e class action
Il Tribunale di Roma ha emesso la sentenza n. 4993 del 1° aprile 2026, dichiarando illegittimi e nulli gli aumenti unilaterali degli abbonamenti Netflix applicati in Italia nel periodo 2017-2024. La decisione riguarda quattro aumenti di prezzo, attuati senza una motivazione contrattuale valida, violando così il Codice del Consumo italiano. Il tribunale ha disposto la restituzione delle somme pagate in eccesso, fino a 500 euro per gli abbonati al piano Premium e fino a 250 euro per quelli al piano Standard. Tuttavia, Netflix ha annunciato il ricorso in appello e si è rifiutata di effettuare rimborsi spontanei, aprendo la strada a una complessa battaglia legale che ha già visto l'adesione di oltre 220mila utenti a una class action promossa dal Movimento Consumatori. Nel corso degli ultimi sette anni, Netflix ha alzato ripetutamente i prezzi degli abbonamenti in Italia, con aumenti progressivi negli anni 2017, 2019, 2021 e nel novembre 2024. Tali incrementi hanno comportato un rincaro totale che ha raggiunto circa 8 euro in più al mese per il piano Premium e circa 4 euro in più per il piano Standard rispetto ai prezzi originari. Il meccanismo adottato prevedeva l'accettazione tacita da parte degli utenti proseguendo il servizio, ma senza giustificazioni contrattuali esplicite in grado di motivare tali adeguamenti. La sentenza giudica quindi tali clausole vessatorie e ingiustificate. Il diritto al rimborso spetta a tutti coloro che hanno avuto un abbonamento Netflix in Italia in uno dei periodi contestati, indipendentemente dall'attuale stato dell'abbonamento. La partecipazione alla class action implica la compilazione di un modulo sul sito del Movimento Consumatori e la raccolta della documentazione relativa ai pagamenti effettuati, scaricabili anche dall'area personale Netflix. È importante non aspettare un rimborso spontaneo da parte di Netflix, che ha dichiarato di non procedere in tal senso, e di evitare errori comuni quali la perdita di documentazione o la sottovalutazione dell'importanza dell'azione collettiva. La causa, ora al secondo grado di giudizio, potrebbe ridefinire il quadro normativo per gli abbonamenti digitali in Italia, tutelando maggiormente i consumatori contro aumenti unilaterali non giustificati.