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Galimberti e la scuola: quando istruire non basta senza educare

Umberto Galimberti distingue nettamente tra "istruire" e "educare": la scuola italiana, pur efficace nell'istruzione, fallisce nel vero compito educativo. L'istruzione trasmette contenuti e competenze, derivando dal latino "instruere", che significa costruire dentro. L'educazione, invece, viene da "educere", cioè tirare fuori e far emergere le potenzialità latenti nell'individuo. Galimberti richiama Platone e Freud per sottolineare come la formazione debba partire dall'aspetto emotivo e affettivo, non solo cognitivo. L'apprendimento senza il coinvolgimento emotivo privo di intelligenza affettiva resta superficiale e alienante. Parallelamente, l'attenzione eccessiva alle tecnologie e alla misurazione della performance scolastica rischia di amplificare il "vuoto emotivo". I dispositivi digitali facilitano l'accesso ai contenuti ma non sostituiscono la relazione educativa reale, caratterizzata da ascolto e presenza, fondamentali per lo sviluppo umano. La pressione sulle performance standardizzate crea un clima ansiogeno, contribuendo al disagio psicologico crescente fra gli studenti. Il fenomeno dell'"analfabetismo emotivo" è una conseguenza della mancata educazione emotiva: molti ragazzi faticano a riconoscere e gestire le proprie emozioni, favorendo l'insorgenza di fenomeni come bullismo e cyberbullismo. I dati ISTAT e CNR evidenziano numeri allarmanti, con oltre il 68% degli adolescenti che ha subito episodi di esclusione e sopra un milione di vittime di cyberbullismo, il valore più alto mai registrato in Italia. La scuola, spesso sovraffollata e concentrata su valutazioni numeriche, fatica a offrire spazi di ascolto e supporto individuale. Galimberti critica inoltre la tendenza alla medicalizzazione delle difficoltà scolastiche, che ha visto un aumento drastico delle diagnosi di disturbi specifici dell'apprendimento (DSA), passate dallo 0,9% al 6% degli studenti in poco più di un decennio, con disparità territoriali significative. Questa medicalizzazione, se da un lato protegge i diritti degli studenti, dall'altro rischia di trasformare la scuola in una "clinica psichiatrica". Galimberti sostiene che molte problematiche vadano invece comprese nel loro contesto sociale, educativo e familiare, sottolineando come le diagnosi possano diventare un mezzo per delegare il problema all'individuo, anziché indagare e intervenire sul sistema. Il ruolo degli insegnanti appare cruciale, ma è complicato da una formazione ancora poco orientata all'educazione emotiva e da classi numerose. Secondo Galimberti servirebbero risorse per garantire classi più piccole e docenti preparati a sostenere non solo l'apprendimento cognitivo, ma anche quello emotivo, rispondendo così ai bisogni integrali degli studenti in un momento storico di forti fragilità adolescenziali.

Pubblicato: 15/5/2026 Durata: 115 sec