Curriculum vitae e intelligenza artificiale: il boom e i suoi limiti
Nel 2024, circa il 40% dei curricula inviati ai recruiter è stato generato o coadiuvato dall'intelligenza artificiale, con un aumento significativo negli ultimi due anni e proiezioni che stimano una possibile quota dell’80% entro cinque anni. Questo fenomeno coinvolge candidati di ogni livello di esperienza: i neofiti ne traggono vantaggio per ovviare alla mancanza di pratica, mentre i professionisti più esperti risparmiano tempo, ma risultano tutti documenti molto simili per struttura, lessico e schemi, fattori che stanno progressivamente riducendo l’originalità e l’autenticità percepite nei CV. I recruiter hanno affinato le proprie tecniche di valutazione e ora riescono a identificare in tempi brevissimi (in media meno di 20 secondi per molti) i CV generati da AI, soprattutto grazie all'abuso di parole chiave predefinite, la struttura standardizzata, descrizioni uniformi e alla mancanza di una voce personale. Questi aspetti generano diffidenza, portando il 62% delle aziende a rifiutare candidature non personalizzate e quasi metà dei recruiter a scartare immediatamente CV sospetti. Per fronteggiare la situazione, il 77% delle aziende utilizza procedure di verifica incrociando le informazioni con i profili social e adottando software specifici come GPTZero e Originality.ai per riconoscere testi di origine automatica. Tuttavia, l'uso dell'AI non è in sé negativo: funziona bene come strumento di supporto e revisione, purché il candidato mantenga una forte personalizzazione e autenticità nel testo. L'AI deve essere utilizzata come complemento, per affinare grammatica, suggerire sinonimi o adattare parti del CV a offerte specifiche, senza sostituire la voce e l’esperienza uniche del candidato. Il successo nelle selezioni dipende ancora dalla capacità di raccontare in modo autentico, coerente e specifico il proprio percorso professionale, qualità difficilmente replicabili da modelli generativi.