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Frana di Petacciato, il geologo Fiore: «Fenomeno complesso e noto da un secolo, ma i lavori non partono mai»
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Frana di Petacciato, il geologo Fiore: «Fenomeno complesso e noto da un secolo, ma i lavori non partono mai»

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L'area si è riattivata almeno dieci volte in cento anni. L'ultima nel 2015. Eppure il bando per la messa in sicurezza è arrivato solo a fine 2025: quattro anni dopo l'annuncio della Regione Molise

Una frana che si conosce da un secolo

Non è un'emergenza improvvisa. Non è un evento che coglie di sorpresa. La frana di Petacciato, piccolo comune costiero del Molise, è un fenomeno geologico documentato, studiato, catalogato. Si è attivata almeno dieci volte negli ultimi cento anni, con una regolarità che, paradossalmente, rende ancora più difficile da giustificare l'inerzia istituzionale.

L'ultima riattivazione significativa risale al 2015. Da allora, il versante è rimasto sotto osservazione, ma stando a quanto emerge dalle dichiarazioni del geologo Antonello Fiore, presidente della Società Italiana di Geologia Ambientale, gli interventi concreti di consolidamento sono rimasti sulla carta per anni.

Il corpo di frana interessa un'area vasta e morfologicamente articolata. Si tratta di un movimento gravitativo complesso, che coinvolge terreni argillosi e che risente in modo diretto delle condizioni idriche del sottosuolo. Non il tipo di dissesto che si può affrontare con una ruspa e qualche muro di contenimento.

Quattro anni per un bando: la denuncia del geologo Fiore

I numeri raccontano una storia di lentezza burocratica che ha dell'incredibile. Nel 2021 la Regione Molise annunciava l'avvio di una gara di progettazione per il consolidamento idrogeologico dell'area di Petacciato. Un passo atteso, accolto con cauto ottimismo dagli esperti e dalla comunità locale.

Il bando per l'affidamento dell'intervento, però, è stato pubblicato soltanto a dicembre 2025. Quattro anni. Un intervallo che il geologo Fiore non esita a definire inaccettabile.

«La frana di Petacciato è complessa, ma è conosciuta da tempo», ha sottolineato Fiore, evidenziando come la comunità scientifica abbia messo a disposizione studi dettagliati e indicazioni operative che avrebbero potuto accelerare l'iter. Il problema, come spesso accade nel panorama italiano della messa in sicurezza del territorio, non è la mancanza di conoscenze tecniche. È la macchina amministrativa che si inceppa, si ferma, riparte a singhiozzo.

Una dinamica che il Paese conosce bene. L'Italia è disseminata di cantieri mai aperti, progetti finanziati e poi rimasti nei cassetti, fondi stanziati e restituiti perché non spesi in tempo. Nel frattempo il dissesto avanza, e ogni evento meteorologico intenso riporta il tema in prima pagina, salvo dimenticarlo nel giro di qualche settimana.

Il nodo del drenaggio e i tempi tecnici

C'è un aspetto tecnico che complica ulteriormente il quadro. Prima di qualsiasi intervento strutturale sul corpo di frana, è necessario attendere il drenaggio delle acque che saturano il terreno. Le argille, quando imbevute d'acqua, perdono coesione e diventano instabili: lavorare su un versante in queste condizioni significherebbe costruire su un terreno che non ha ancora raggiunto un equilibrio, sia pur temporaneo.

È una fase indispensabile, che richiede tempo e monitoraggio costante. Ma questo vincolo tecnico, per quanto reale, non giustifica i ritardi accumulati a monte, nella fase progettuale e burocratica. Il drenaggio, semmai, avrebbe potuto essere avviato in parallelo con la progettazione esecutiva, guadagnando mesi preziosi.

La ricerca nel campo delle infrastrutture e della prevenzione del dissesto, del resto, sta producendo soluzioni innovative anche per problemi apparentemente banali come la manutenzione stradale. Basti pensare alle sperimentazioni sull'asfalto autoriparante sviluppato con l'intelligenza artificiale di Google, che dimostrano come la tecnologia possa contribuire alla sicurezza delle infrastrutture. Per il dissesto idrogeologico, tuttavia, la sfida resta soprattutto organizzativa e politica.

Cambiamento climatico e dissesto: un'accelerazione pericolosa

A rendere il tutto più urgente c'è una variabile che negli ultimi anni ha cambiato le regole del gioco: il cambiamento climatico. L'aumento della frequenza e dell'intensità dei fenomeni meteorologici estremi, dalle piogge torrenziali alle lunghe fasi di siccità seguite da precipitazioni violente, accelera i processi di instabilità dei versanti.

Un terreno argilloso che si essicca e si fessura durante un'estate torrida diventa estremamente vulnerabile quando arrivano le prime piogge autunnali. L'acqua penetra in profondità attraverso le fratture, satura il terreno in tempi rapidi e può innescare movimenti franosi anche su pendii che sembravano stabili.

Per Petacciato, questo significa che gli intervalli tra una riattivazione e l'altra potrebbero accorciarsi. Se nel secolo scorso la frana si è mossa in media ogni dieci anni circa, nulla garantisce che i prossimi episodi rispetteranno questa cadenza. Anzi, i modelli climatici suggeriscono il contrario.

Il quadro nazionale del rischio idrogeologico

La vicenda di Petacciato non è un caso isolato. Secondo i dati dell'ISPRA, oltre il 90% dei comuni italiani è esposto a rischio da frana, alluvione o erosione costiera. Il Molise, con la sua conformazione geologica prevalentemente argillosa e collinare, è tra le regioni più vulnerabili, nonostante le dimensioni contenute.

Il Piano Nazionale per la Mitigazione del Rischio Idrogeologico, noto anche come Piano ProteggItalia, aveva stanziato risorse significative a partire dal 2019. Ma la distribuzione dei fondi e, soprattutto, la capacità di spesa degli enti locali restano il tallone d'Achille di ogni strategia di prevenzione. I Comuni più piccoli, come Petacciato, spesso non dispongono delle competenze tecniche e amministrative necessarie per gestire procedure complesse di appalto e progettazione.

La denuncia di Antonello Fiore si inserisce in un dibattito più ampio, che coinvolge geologi, ingegneri, urbanisti e amministratori. La questione resta aperta, e ogni nuova frana la ripropone con urgenza crescente: l'Italia ha bisogno di passare da una cultura dell'emergenza a una cultura della prevenzione. Ma tra il dire e il fare, come dimostra il caso molisano, continuano a frapporsi anni di ritardi, carte bollate e occasioni mancate.

Pubblicato il: 8 aprile 2026 alle ore 14:34

Domande frequenti

Da quanto tempo è nota la frana di Petacciato e quanto spesso si è attivata?

La frana di Petacciato è conosciuta da almeno un secolo e si è attivata circa dieci volte negli ultimi cento anni, con l'ultima riattivazione significativa nel 2015.

Quali sono le principali cause dei ritardi negli interventi di consolidamento?

I ritardi sono dovuti principalmente a lentezze burocratiche e amministrative, nonostante la presenza di studi e soluzioni tecniche già disponibili da tempo. La pubblicazione del bando per i lavori ha richiesto quattro anni dopo l'avvio della gara di progettazione.

Perché il drenaggio delle acque è fondamentale prima di intervenire sulla frana?

Il drenaggio è necessario perché i terreni argillosi, se saturi d'acqua, diventano instabili e non coesi, rendendo rischioso qualsiasi intervento strutturale. Questa fase richiede tempo e monitoraggio, ma non giustifica i ritardi nella progettazione.

In che modo il cambiamento climatico influisce sul rischio di frane come quella di Petacciato?

Il cambiamento climatico aumenta la frequenza e l'intensità di eventi meteorologici estremi, accelerando i processi di instabilità dei versanti. Questo può ridurre ulteriormente gli intervalli tra un episodio franoso e l'altro.

La situazione di Petacciato è rappresentativa di un problema più ampio in Italia?

Sì, oltre il 90% dei comuni italiani è esposto a rischi idrogeologici come frane, alluvioni o erosioni. La difficoltà di gestione delle procedure e l'incapacità di spesa degli enti locali, soprattutto nei piccoli comuni, sono problemi diffusi a livello nazionale.

Quali sono le principali criticità nella prevenzione del dissesto idrogeologico in Italia?

Le criticità principali riguardano la lentezza amministrativa, la difficoltà nell’utilizzo dei fondi stanziati e la mancanza di competenze tecniche nei piccoli comuni. Questo ostacola il passaggio da una gestione dell’emergenza a una vera cultura della prevenzione.

Antonello Torchia

Articolo creato da

Antonello Torchia

Direttore Responsabile di EduNews24.it Antonello Torchia è giornalista professionista, politologo e geografo, con un percorso formativo e professionale di ampio respiro che integra competenze in ambito economico, geopolitico, comunicativo e territoriale. Vanta una solida formazione accademica multidisciplinare: ha conseguito la Laurea in Economia e Commercio (quadriennale, Vecchio Ordinamento), la Laurea Magistrale in Relazioni Internazionali (LM-52) con la votazione di 110/110 e lode, e la Laurea Magistrale in Scienze Geografiche (LM-80). Un trittico di competenze che gli consente di leggere i fenomeni contemporanei con una prospettiva che abbraccia le dinamiche economiche, le relazioni tra Stati e le dimensioni spaziali e territoriali della società. Nel corso della sua carriera ha maturato una significativa esperienza nella comunicazione istituzionale e politica, collaborando con emittenti televisive e testate della carta stampata. Questa esperienza sul campo gli ha conferito una padronanza trasversale dei linguaggi mediatici, dalla televisione al digitale. Attualmente ricopre il ruolo di Direttore Responsabile di EduNews24.it, testata giornalistica online dedicata al mondo dell'istruzione, della formazione e delle politiche educative italiane ed europee, dove cura la linea editoriale e supervisiona la produzione di contenuti rivolti a docenti, studenti, istituzioni e operatori del settore educativo. È inoltre docente di Comunicazione presso la SSML Città di Lamezia Terme, istituto universitario specializzato nella mediazione linguistica, dove mette a disposizione delle nuove generazioni di professionisti della comunicazione il proprio bagaglio di competenze giornalistiche, analitiche e accademiche.

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