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18 marzo, la memoria del Covid e la lezione della ricerca: quando le università italiane corsero contro il tempo
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18 marzo, la memoria del Covid e la lezione della ricerca: quando le università italiane corsero contro il tempo

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Nella Giornata nazionale in memoria delle vittime della pandemia, il racconto di come laboratori, atenei e ospedali universitari risposero all'emergenza con una mobilitazione scientifica senza precedenti

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Domani l'Italia si ferma per ricordare. Il 18 marzo torna la Giornata nazionale in memoria delle vittime dell'epidemia di Covid-19, istituita dal Parlamento con la legge 18 marzo 2021, n. 36, per dare un nome collettivo a un dolore che ha attraversato ogni angolo del Paese. Ma questa giornata non è solo lutto. È anche l'occasione per tornare su una domanda che resta urgente: cosa ha fatto — e cosa può ancora fare — la ricerca scientifica di fronte a una catastrofe sanitaria globale?

Quei camion a Bergamo: un'immagine che non si cancella

C'è una fotografia — o meglio, un fotogramma — che più di ogni discorso racchiude il significato di questa giornata. La sera del 18 marzo 2020, una colonna di camion militari percorreva le strade di Bergamo trasportando le bare dei cittadini che la città non riusciva più a cremare. Quelle immagini fecero il giro del mondo in poche ore. Divennero il simbolo di una crisi che l'Occidente non aveva mai conosciuto in tempo di pace.

Sei anni dopo, il rischio è quello dell'assuefazione. I numeri — oltre 190mila decessi ufficiali in Italia legati al Covid-19 — rischiano di diventare astrazioni statistiche. Eppure dietro ogni cifra c'era una persona, una famiglia, una comunità spezzata. La scelta del Parlamento di fissare proprio il 18 marzo come data della memoria non fu casuale: quel giorno segnò il punto più buio, quello in cui il Paese capì che nulla sarebbe stato come prima.

La corsa al sequenziamento: le prime settimane decisive

Mentre gli ospedali italiani collassavano sotto il peso dei ricoveri, nei laboratori di mezzo mondo si combatteva un'altra battaglia. Silenziosa, metodica, decisiva. Il sequenziamento del genoma del SARS-CoV-2 fu completato già nelle primissime settimane del 2020, un risultato che in epoche precedenti avrebbe richiesto mesi, se non anni.

Quel passaggio cambiò tutto. Conoscere la struttura genetica del virus significava poter progettare test diagnostici affidabili, comprendere i meccanismi di trasmissione, individuare i bersagli molecolari per eventuali farmaci e vaccini. I centri di ricerca italiani — dall'Istituto Nazionale Malattie Infettive Spallanzani di Roma ai laboratori delle grandi università del Nord — si attivarono con una rapidità che sorprese anche gli osservatori più scettici.

Fu un esempio concreto di come la ricerca di base, quella che spesso fatica a trovare finanziamenti adeguati, si riveli indispensabile proprio quando la crisi irrompe. Le competenze in virologia molecolare, genomica e bioinformatica accumulate in decenni di lavoro — spesso sottovalutato — divennero improvvisamente la risorsa più preziosa del Paese. Un meccanismo che ricorda, per certi versi, la sfida che oggi la comunità scientifica affronta su altri fronti emergenziali, come quello dell'Innovazione contro l'Antibiotico-Resistenza: I Nanomateriali in Prima Linea, dove la ricerca di frontiera lavora per anticipare minacce sanitarie che potrebbero rivelarsi altrettanto devastanti.

Università e ospedali universitari: la fucina di terapie e vaccini

Stando a quanto emerge dal bilancio di quei mesi convulsi, il sistema accademico italiano giocò un ruolo che andò ben oltre la formazione dei medici in prima linea. Università e ospedali universitari furono protagonisti diretti nello sviluppo di nuove terapie e vaccini, contribuendo a una catena di innovazione che collegava la ricerca preclinica alla sperimentazione sui pazienti.

Alcuni atenei misero a disposizione le proprie clean room per la produzione di reagenti. Altri riconvertirono interi dipartimenti di chimica e biologia per fabbricare gel disinfettanti quando il mercato era in ginocchio. I policlinici universitari divennero hub per le sperimentazioni cliniche dei primi trattamenti antivirali e, successivamente, dei vaccini a mRNA.

Non fu solo una questione italiana. La pandemia dimostrò in modo plastico che la ricerca universitaria opera — e deve operare — dentro reti internazionali. Le collaborazioni tra atenei europei, americani e asiatici accelerarono ogni fase del processo, dalla comprensione dei meccanismi patogenetici del virus alla validazione dei candidati vaccinali. Ma il contributo dell'ecosistema accademico italiano fu tutt'altro che marginale: diversi gruppi di ricerca del nostro Paese firmarono studi pubblicati sulle riviste scientifiche più prestigiose, dal New England Journal of Medicine a The Lancet.

Il fattore tempo: una rivoluzione nei protocolli

Uno degli aspetti più significativi riguarda la compressione dei tempi. Lo sviluppo di un vaccino richiede normalmente dai 10 ai 15 anni. Nel caso del Covid-19, i primi vaccini autorizzati arrivarono in meno di un anno. Questo non avvenne a scapito della sicurezza — come sottolineato ripetutamente dalle agenzie regolatorie, EMA in testa — ma grazie alla sovrapposizione delle fasi di sperimentazione, agli investimenti massicci e alla disponibilità immediata di volontari per i trial clinici.

Le università ebbero un ruolo chiave anche in questo: furono i loro comitati etici a valutare i protocolli, i loro ricercatori a condurre le sperimentazioni, i loro statistici a elaborare i dati.

Una valanga di studi: la scienza alla prova della velocità

I numeri della produzione scientifica legata alla pandemia restano impressionanti. Nei primi due anni dall'emergere del SARS-CoV-2, la comunità accademica globale ha pubblicato decine di migliaia di studi scientifici sul Covid-19. Una mole di letteratura senza precedenti per qualsiasi singola patologia in un arco temporale così ristretto.

Questa accelerazione portò con sé benefici enormi — risposte rapide a domande cliniche urgenti — ma anche criticità che il mondo accademico ha dovuto affrontare con onestà. La proliferazione dei preprint, articoli non ancora sottoposti a revisione tra pari, alimentò in più occasioni confusione nell'opinione pubblica. Studi preliminari venivano ripresi dai media come se fossero risultati definitivi, generando aspettative eccessive o, al contrario, timori infondati.

La lezione, a distanza di anni, è duplice. Da un lato, la velocità della scienza aperta si è dimostrata un vantaggio competitivo irrinunciabile in situazioni di emergenza. Dall'altro, servono strumenti più efficaci per comunicare al pubblico il carattere provvisorio e cumulativo della conoscenza scientifica. La ricerca non procede per verità assolute e immediate: costruisce mattone dopo mattone, correggendo il tiro lungo il cammino. Lo dimostra anche il lavoro su ambiti apparentemente distanti dalla virologia, come le recenti scoperte sul Il Ruolo Sconosciuto delle Piastrine nella Memoria, che ribaltano convinzioni consolidate grazie all'accumulo paziente di evidenze.

La Giornata del 18 marzo e il dovere di non dimenticare

Il senso profondo della ricorrenza di domani sta nel tenere insieme due piani. Il primo è quello del ricordo: le vittime, il personale sanitario caduto, le famiglie che non hanno potuto dare un ultimo saluto ai propri cari. Il secondo è quello della responsabilità: cosa abbiamo imparato? E soprattutto, cosa stiamo facendo perché la prossima emergenza — perché ci sarà una prossima emergenza — non ci trovi altrettanto impreparati?

La risposta passa inevitabilmente dalla ricerca. Passa dai finanziamenti strutturali agli atenei e agli enti pubblici di ricerca, dalla capacità di attrarre e trattenere talenti nel sistema accademico italiano, dalla costruzione di infrastrutture — sequenziatori di nuova generazione, biobanche, reti di sorveglianza genomica — che non possono essere improvvisate quando la crisi è già in corso.

Nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza una quota significativa di risorse è stata destinata proprio alla ricerca biomedica e alle infrastrutture sanitarie. La questione resta aperta su quanto di quegli investimenti si tradurrà in capacità strutturale permanente e quanto, invece, rischia di esaurirsi con la fine dei fondi straordinari.

Domani, mentre le istituzioni italiane ricorderanno le vittime del Covid-19 con cerimonie e momenti di raccoglimento, vale la pena riflettere su un dato di fatto spesso trascurato nel dibattito pubblico: senza la risposta della comunità scientifica — senza quei laboratori accesi a ogni ora del giorno e della notte, senza quei ricercatori che rinunciarono a ferie e vita privata — il bilancio della pandemia sarebbe stato incomparabilmente più grave.

Onorare la memoria delle vittime significa anche onorare chi ha lavorato perché il numero delle vittime non fosse ancora più alto. E significa investire, oggi, perché domani la scienza possa rispondere ancora più in fretta.

Pubblicato il: 17 marzo 2026 alle ore 14:21

Domande frequenti

Perché il 18 marzo è stato scelto come Giornata nazionale in memoria delle vittime del Covid-19?

Il 18 marzo è stato scelto perché rappresenta il giorno simbolo della crisi, quando le immagini dei camion militari a Bergamo hanno mostrato la gravità dell'emergenza e hanno segnato un punto di svolta nella consapevolezza collettiva del Paese.

Qual è stato il contributo delle università italiane nella gestione della pandemia?

Le università italiane hanno avuto un ruolo chiave nello sviluppo di terapie, vaccini e nella produzione di reagenti e disinfettanti. Hanno collaborato a livello internazionale e hanno contribuito alla ricerca preclinica e clinica, accelerando la risposta scientifica e innovativa.

Come ha influito la rapidità del sequenziamento del genoma del virus sulla gestione dell'emergenza?

Il rapido sequenziamento del SARS-CoV-2 ha permesso di progettare test diagnostici affidabili, comprendere la trasmissione del virus e sviluppare rapidamente farmaci e vaccini. Questo risultato è stato possibile grazie alle competenze accumulate nei centri di ricerca italiani.

Quali sono stati i principali vantaggi e criticità dell'accelerazione della ricerca durante la pandemia?

L'accelerazione della ricerca ha permesso di ottenere risposte rapide a domande cliniche urgenti, ma ha anche creato confusione a causa della diffusione di studi preliminari non ancora verificati. È emersa la necessità di migliorare la comunicazione scientifica per distinguere tra risultati provvisori e consolidati.

Cosa insegna la pandemia sull'importanza degli investimenti strutturali nella ricerca scientifica?

La pandemia ha dimostrato che investimenti strutturali e continui nella ricerca sono fondamentali per affrontare emergenze future. Il rafforzamento delle infrastrutture e il sostegno ai talenti accademici sono essenziali per una risposta rapida ed efficace alle crisi sanitarie.

Michele Monaco

Articolo creato da

Michele Monaco

Redattore Michele Monaco è imprenditore, ricercatore e docente universitario con oltre vent'anni di esperienza nell'innovazione digitale, nella formazione e nella consulenza strategica. Laureato in Scienze Politiche e Internazionali, è CEO di Adventus Consulting Jdoo (Umag, Croazia dove risiede stabilmente) e Presidente Nazionale di ENBAS, ente bilaterale attivo nella formazione professionale e nelle politiche attive per il lavoro. In qualità di Coordinatore Nazionale dei Progetti di Ricerca presso ERSAF, guida iniziative che coniugano intelligenza artificiale e formazione, tra cui FindYourGoal.it, piattaforma di orientamento scuola-lavoro basata sul modello LifeComp, Avatar4University.Org, sistema AI per la creazione di corsi universitari con avatar docente, KeepYouCare.it, piattaforma di telemedicina, telesoccorso e telerefertazione. È inoltre Delegato della Regione Calabria presso il Ministero degli Esteri per la Cooperazione Internazionale ed è membro del tavolo delle regioni, dove coordina un progetto per la creazione di un Hub Formativo in Tunisia. Docente a contratto di Diritto dell'Economia e Diritto Internazionale presso la SSML di Lamezia Terme e presso l'Università Telematica eCampus, è autore di pubblicazioni in ambito pedagogico sulle competenze caratteriali e il framework LifeComp. Ha tenuto interventi al Senato della Repubblica, alla Camera dei Deputati, in Regione Lombardia e a Buenos Aires su temi che spaziano dalla pedagogia speciale, alla telemedicina ed alla cooperazione internazionale. Innovation Manager certificato MISE, unisce visione strategica e competenza tecnologica con una vocazione per il dialogo istituzionale e la ricerca applicata.

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