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Patto per le Competenze: così l'Ue prova a colmare il gap che frena imprese e lavoratori
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Patto per le Competenze: così l'Ue prova a colmare il gap che frena imprese e lavoratori

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A cinque anni dal lancio, il programma europeo ha coinvolto oltre 10 milioni di persone e mobilitato un miliardo di euro. Ma la sfida del mismatch resta enorme, soprattutto in Italia

Il mismatch che zavorra l'economia europea

C'è un paradosso che da anni accompagna il mercato del lavoro europeo: le imprese faticano a trovare personale qualificato, mentre milioni di lavoratori restano intrappolati in profili professionali che il mercato non chiede più. Lo skill mismatch, il disallineamento tra competenze offerte e competenze richieste, non è un problema nuovo. Ma negli ultimi anni, con l'accelerazione impressa dalla doppia transizione verde e digitale, si è trasformato in una vera emergenza strutturale.

Proprio per affrontare questa frattura, nel 2020 l'Unione Europea ha varato il Patto per le Competenze (Pact for Skills), un'iniziativa ambiziosa che puntava a mettere attorno allo stesso tavolo istituzioni, imprese, sindacati, enti di formazione e organizzazioni della società civile. L'obiettivo dichiarato: costruire un ecosistema europeo della riqualificazione professionale capace di reggere l'urto delle trasformazioni in corso.

A distanza di anni dal lancio, i dati permettono un primo bilancio. E i numeri, va detto, sono tutt'altro che trascurabili.

I numeri del Patto: un miliardo di euro e 10 milioni di beneficiari

Stando a quanto emerge dai più recenti aggiornamenti della Commissione Europea, il Patto per le Competenze ha mobilitato finora oltre un miliardo di euro di investimenti, coinvolgendo più di 4.000 soggetti tra imprese, enti pubblici, università, organizzazioni del terzo settore e parti sociali.

I beneficiari complessivi superano i 10 milioni di persone, un dato che dà la misura della capillarità raggiunta dall'iniziativa. Nel solo 2025, quasi 3,9 milioni di lavoratori hanno avuto accesso a percorsi di aggiornamento o riqualificazione. A supporto di questa macchina formativa sono state coinvolte oltre 270.000 organizzazioni e sono stati attivati quasi 50.000 percorsi formativi in tutto il territorio dell'Unione.

Numeri importanti, certo. Ma che vanno letti con la dovuta cautela: il mismatch delle competenze resta un fenomeno profondo, radicato in decenni di disallineamento tra sistemi educativi e tessuto produttivo.

Transizione verde e digitale: il cuore della riqualificazione

Il Patto per le Competenze non è nato nel vuoto. Si inserisce nel quadro più ampio del Green Deal europeo e della Strategia digitale dell'Ue, due pilastri che stanno ridisegnando interi settori economici. Dalla manifattura all'automotive, dall'edilizia ai servizi, la domanda di competenze digitali e di figure professionali legate alla transizione ecologica è esplosa.

La riqualificazione professionale (reskilling) e l'aggiornamento delle competenze (upskilling) non sono più opzioni: sono necessità. E il Patto ha provato a dare una cornice istituzionale a questo sforzo, promuovendo partenariati settoriali su larga scala, i cosiddetti Large-Scale Partnerships, che operano in ecosistemi industriali strategici come quello dell'energia, del digitale, dell'economia circolare.

L'idea di fondo è semplice nella teoria, complessa nella pratica: far dialogare chi forma e chi assume, affinché i percorsi formativi rispondano davvero a ciò che il mercato chiede. Un principio che in Italia, come vedremo, trova applicazioni ancora a macchia di leopardo.

Il nodo italiano: formazione ancora disallineata dal mercato

L'Italia è tra i Paesi europei dove lo skill mismatch morde con più intensità. I dati Istat e Unioncamere lo confermano periodicamente: circa un'assunzione su due risulta di difficile reperimento per mancanza di candidati con il profilo giusto. Il fenomeno riguarda tanto le competenze tecniche specialistiche quanto quelle trasversali, dal digitale avanzato alla semplice capacità di lavorare in team.

Il sistema formativo italiano sconta ritardi storici. L'offerta di percorsi professionalizzanti, gli ITS Academy in testa, cresce ma resta sottodimensionata rispetto al fabbisogno. La formazione continua per i lavoratori già occupati è ancora poco diffusa nel tessuto delle PMI, che rappresentano la spina dorsale dell'economia nazionale.

Alcune esperienze virtuose, tuttavia, mostrano che la strada è percorribile. È il caso, ad esempio, de La Luiss promuove una formazione allineata alle esigenze del mercato del lavoro in Campania, un'iniziativa che prova a costruire quel ponte tra università e imprese che troppo spesso, nel nostro Paese, resta fragile.

Anche il dibattito sui percorsi di alternanza e formazione sul campo resta vivo, non privo di criticità. Come dimostra il recente Incidente durante l'alternanza scuola-lavoro a Rieti: studente in ospedale con frattura al braccio, la qualità e la sicurezza dei percorsi formativi in azienda sono temi che non possono essere elusi quando si parla di rilancio delle competenze.

Cosa resta da fare

Il Patto per le Competenze ha avuto il merito di porre il tema al centro dell'agenda politica europea, trasformandolo da questione tecnica a priorità strategica. Un miliardo investito e dieci milioni di persone raggiunte non sono traguardi da sottovalutare.

Ma la scala della sfida è ancora più grande. Le stime della Commissione indicano che entro il 2030 almeno il 60% degli adulti europei dovrebbe partecipare ogni anno ad attività di formazione. Siamo lontani da quel target, soprattutto nei Paesi dell'Europa meridionale.

Servono più risorse, certo. Ma soprattutto serve un cambio culturale: le imprese devono investire nella formazione dei propri dipendenti non come costo, ma come leva competitiva. I sistemi educativi devono diventare più reattivi, capaci di aggiornare l'offerta formativa alla velocità con cui cambiano le tecnologie e i modelli produttivi. E i lavoratori stessi devono poter accedere a percorsi di riqualificazione professionale senza che questo significhi perdere reddito o stabilità.

La questione resta aperta. Il Patto europeo ha gettato le fondamenta, ma l'edificio della formazione continua è tutto da costruire. Paese per Paese, settore per settore, persona per persona.

Pubblicato il: 23 aprile 2026 alle ore 10:11

Domande frequenti

Cos'è il Patto per le Competenze e quali sono i suoi obiettivi principali?

Il Patto per le Competenze è un'iniziativa dell'Unione Europea lanciata nel 2020 per affrontare il disallineamento tra competenze richieste dal mercato e quelle offerte dai lavoratori. L'obiettivo è creare un ecosistema europeo per la riqualificazione professionale, coinvolgendo istituzioni, imprese, enti di formazione e altri attori.

Quali risultati ha ottenuto finora il Patto per le Competenze?

Il Patto ha mobilitato oltre un miliardo di euro, coinvolgendo più di 4.000 organizzazioni e beneficiando oltre 10 milioni di persone. Nel solo 2025, quasi 3,9 milioni di lavoratori hanno partecipato a percorsi di aggiornamento o riqualificazione.

Perché la transizione verde e digitale è centrale nella riqualificazione delle competenze?

La transizione verde e digitale sta cambiando profondamente i settori economici europei, aumentando la domanda di competenze specifiche in questi ambiti. Il Patto per le Competenze mira a offrire percorsi formativi che rispondano alle nuove esigenze di mercato, soprattutto nei settori strategici.

Quali sono le principali criticità della formazione in Italia rispetto al resto d'Europa?

In Italia, il mismatch tra formazione e mercato del lavoro è particolarmente elevato, con molte assunzioni difficili per mancanza di candidati idonei. Il sistema formativo è ancora poco allineato alle esigenze del tessuto produttivo, e la formazione continua nelle PMI è poco diffusa.

Cosa resta da fare per colmare il gap di competenze in Europa e in Italia?

È necessario aumentare le risorse e promuovere un cambio culturale, affinché la formazione sia vista come investimento strategico. Occorre rendere i sistemi educativi più flessibili e garantire ai lavoratori l’accesso a percorsi di aggiornamento senza penalizzazioni economiche o di stabilità.

Michele Monaco

Articolo creato da

Michele Monaco

Redattore Michele Monaco è imprenditore, ricercatore e docente universitario con oltre vent'anni di esperienza nell'innovazione digitale, nella formazione e nella consulenza strategica. Laureato in Scienze Politiche e Internazionali, è CEO di Adventus Consulting Jdoo (Umag, Croazia dove risiede stabilmente) e Presidente Nazionale di ENBAS, ente bilaterale attivo nella formazione professionale e nelle politiche attive per il lavoro. In qualità di Coordinatore Nazionale dei Progetti di Ricerca presso ERSAF, guida iniziative che coniugano intelligenza artificiale e formazione, tra cui FindYourGoal.it, piattaforma di orientamento scuola-lavoro basata sul modello LifeComp, Avatar4University.Org, sistema AI per la creazione di corsi universitari con avatar docente, KeepYouCare.it, piattaforma di telemedicina, telesoccorso e telerefertazione. È inoltre Delegato della Regione Calabria presso il Ministero degli Esteri per la Cooperazione Internazionale ed è membro del tavolo delle regioni, dove coordina un progetto per la creazione di un Hub Formativo in Tunisia. Docente a contratto di Diritto dell'Economia e Diritto Internazionale presso la SSML di Lamezia Terme e presso l'Università Telematica eCampus, è autore di pubblicazioni in ambito pedagogico sulle competenze caratteriali e il framework LifeComp. Ha tenuto interventi al Senato della Repubblica, alla Camera dei Deputati, in Regione Lombardia e a Buenos Aires su temi che spaziano dalla pedagogia speciale, alla telemedicina ed alla cooperazione internazionale. Innovation Manager certificato MISE, unisce visione strategica e competenza tecnologica con una vocazione per il dialogo istituzionale e la ricerca applicata.

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