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Riforma pensioni 2026, Fava: «Senza giovani e donne il sistema non regge»
Lavoro

Riforma pensioni 2026, Fava: «Senza giovani e donne il sistema non regge»

Il presidente dell'Inps rilancia la sfida della sostenibilità previdenziale puntando sull'inclusione delle nuove generazioni e sulla centralità del lavoro femminile

Le parole di Fava e il nodo della sostenibilità

Non è più una questione rinviabile. Gabriele Fava, presidente dell'Inps, lo ha detto con una chiarezza che lascia poco spazio alle interpretazioni: la riforma delle pensioni nel 2026 non può prescindere dal coinvolgimento attivo di giovani e donne. Due categorie che, per ragioni diverse ma convergenti, restano ai margini del sistema previdenziale italiano, minandone le fondamenta.

Il ragionamento di Fava è tanto semplice quanto ineludibile. Un sistema a ripartizione — dove i contributi dei lavoratori attivi finanziano le prestazioni dei pensionati — regge solo se la base contributiva è ampia e solida. E oggi non lo è abbastanza. Il tasso di occupazione giovanile italiano resta tra i più bassi d'Europa, mentre il gender gap previdenziale continua a produrre assegni pensionistici femminili significativamente inferiori a quelli maschili.

Stando a quanto emerge dalle dichiarazioni del presidente, la sostenibilità del sistema previdenziale non è un concetto astratto da relegare ai documenti tecnici: è la condizione concreta perché milioni di futuri pensionati possano contare su un reddito dignitoso.

Giovani e mercato del lavoro: la proposta dell'Inps

Fava ha messo sul tavolo un punto politicamente scomodo: le nuove generazioni vanno attratte nel mercato del lavoro con misure specifiche, non con promesse generiche. Il tema non è nuovo, certo. Ma il fatto che a sollevarlo sia il vertice dell'istituto previdenziale italiano cambia la prospettiva.

Oggi un ventenne che entra nel mondo del lavoro con contratti frammentati e retribuzioni basse accumula contributi insufficienti. Il risultato? Una pensione futura che rischia di collocarlo sotto la soglia di povertà. Il sistema contributivo puro, introdotto dalla riforma Dini del 1995 e rafforzato dalla legge Fornero, è spietato su questo fronte: chi versa poco, riceve poco.

Le proposte del presidente dell'Inps si inseriscono in un dibattito che ha già visto posizioni anche molto distanti tra loro. Basti pensare alle incertezze emerse nel 2025 sul blocco dei requisiti pensionistici, o al fatto che il Def dello scorso anno aveva escluso categoricamente Quota 41, ridimensionando le aspettative di chi sperava in un allentamento dei vincoli di accesso.

Fava sembra voler spostare l'asse del ragionamento: prima ancora di discutere di età pensionabile e finestre di uscita, serve garantire che i giovani lavorino — e lavorino con contratti che producano contribuzione reale. Senza questo passaggio, qualsiasi riforma rischia di essere un esercizio contabile.

Quali misure per i giovani

Il presidente non è entrato nel dettaglio di un articolato normativo, ma la direzione è chiara. Tra le ipotesi circolate negli ambienti istituzionali:

  • Incentivi contributivi per le aziende che assumono under 30 con contratti stabili
  • Meccanismi di contribuzione figurativa per periodi di formazione e tirocinio
  • Riscatto agevolato della laurea, tema già affrontato ma mai risolto in modo strutturale
  • Un possibile contributo di solidarietà intergenerazionale che redistribuisca risorse verso le posizioni contributive più deboli

Sono ipotesi, al momento. Ma il segnale politico è inequivocabile.

Donne e previdenza: un divario che pesa

L'altro pilastro del discorso di Fava riguarda le donne. Il gender pension gap in Italia si aggira attorno al 35%: le pensionate percepiscono in media oltre un terzo in meno rispetto ai colleghi uomini. Un dato che riflette carriere più brevi, retribuzioni inferiori e un carico di lavoro di cura non retribuito che continua a gravare in modo sproporzionato sulla componente femminile.

Fava ha sottolineato che le donne devono avere un ruolo centrale nel sistema previdenziale. Non un ruolo residuale, non una quota da tutelare con qualche misura cosmetica, ma una presenza strutturale nel mercato del lavoro che si traduca in copertura contributiva piena.

La questione si intreccia con politiche che esulano dal perimetro strettamente previdenziale: servizi per l'infanzia, congedi parentali condivisi, contrasto al part-time involontario che colpisce soprattutto le lavoratrici. La riforma pensionistica, da sola, non può colmare un divario che nasce altrove. Ma può — e secondo Fava deve — tenerne conto esplicitamente.

Il quadro della riforma previdenziale 2026

Le dichiarazioni del presidente dell'Inps arrivano in un momento in cui il cantiere della riforma previdenziale 2026 è ancora largamente aperto. Il governo è chiamato a trovare un equilibrio tra esigenze di bilancio, pressioni sindacali e aspettative sociali. Un compito reso più complesso dall'andamento demografico: l'Italia invecchia rapidamente, e il rapporto tra lavoratori attivi e pensionati continua a deteriorarsi.

Già nel corso del 2025, come sottolineato dal ministro Giorgetti, era emersa la necessità di rivedere in profondità la previdenza complementare, considerata uno strumento essenziale per integrare le pensioni pubbliche future. Un tassello che si collega direttamente alla visione espressa da Fava: se il primo pilastro previdenziale rischia di erogare assegni insufficienti — soprattutto per giovani e donne — il secondo pilastro diventa non più un'opzione, ma una necessità.

La partita resta aperta. Le prossime settimane diranno se le parole del presidente dell'Inps troveranno traduzione in proposte legislative concrete o se, come già accaduto in passato, la riforma pensionistica finirà per essere l'ennesimo compromesso al ribasso. Quel che è certo è che ignorare la questione generazionale e di genere non è più un'opzione sostenibile. I numeri, del resto, parlano da soli.

Pubblicato il: 9 marzo 2026 alle ore 10:40

Domande frequenti

Perché la riforma delle pensioni 2026 è considerata insostenibile senza il coinvolgimento di giovani e donne?

Secondo Fava, presidente dell'Inps, il sistema a ripartizione regge solo se la base contributiva è ampia e solida. L'esclusione di giovani e donne dal mercato del lavoro riduce i contributi, mettendo a rischio la sostenibilità futura del sistema previdenziale.

Quali sono le principali difficoltà per i giovani nel sistema previdenziale italiano?

I giovani spesso entrano nel mercato del lavoro con contratti precari e retribuzioni basse, accumulando contributi insufficienti per una pensione dignitosa. Questo li espone al rischio di ricevere assegni pensionistici inferiori alla soglia di povertà.

Che proposte sono state avanzate per migliorare la posizione previdenziale dei giovani?

Tra le ipotesi circolate si segnalano incentivi contributivi per aziende che assumono under 30 con contratti stabili, contribuzione figurativa per periodi di formazione e tirocinio, riscatto agevolato della laurea e un contributo di solidarietà intergenerazionale.

A quanto ammonta il divario pensionistico di genere in Italia e da cosa dipende?

Il gender pension gap in Italia si aggira attorno al 35%, con le donne che percepiscono oltre un terzo in meno degli uomini. Questo divario deriva da carriere più brevi, retribuzioni inferiori e un maggiore carico di lavoro di cura non retribuito per le donne.

Qual è il ruolo della previdenza complementare nella riforma pensionistica 2026?

La previdenza complementare viene considerata sempre più essenziale per integrare le pensioni pubbliche future, soprattutto per giovani e donne. Essa rappresenta il secondo pilastro necessario per garantire un reddito adeguato dopo il pensionamento.

Quali sono le principali sfide che il governo deve affrontare nella riforma delle pensioni?

Il governo deve bilanciare esigenze di bilancio, pressioni sindacali e aspettative sociali in un contesto di rapido invecchiamento della popolazione. Inoltre, è necessario affrontare sia la questione generazionale che quella di genere per assicurare la sostenibilità del sistema.

Redazione EduNews24

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