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Mercato del lavoro Italia 2025: i numeri Istat tra luci e ombre, dalle politiche attive ai salari
Lavoro

Mercato del lavoro Italia 2025: i numeri Istat tra luci e ombre, dalle politiche attive ai salari

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Occupazione in crescita e disoccupazione ai minimi, ma il 75% degli italiani cerca ancora lavoro per vie informali e i disoccupati di lungo periodo superano la metà del totale. I nodi strutturali che la politica non può più ignorare.

Il quadro generale: cosa dicono i numeri Istat

A guardare le cifre aggregate, il mercato del lavoro italiano sembra aver imboccato una traiettoria positiva. I dati Istat relativi alla chiusura del 2025 registrano una crescita dell'occupazione pari allo 0,8%, che in termini assoluti significa 185mila posti di lavoro in più. I disoccupati calano del 5,3% — circa 88mila persone in meno alla ricerca di un impiego — mentre gli inattivi si riducono dello 0,5%, con 58mila unità in meno nel bacino di chi non lavora e non cerca lavoro.

Il tasso di occupazione si attesta al 62,4%, sostanzialmente stabile, mentre il tasso di disoccupazione scende al 5,5%, un livello che non si vedeva da anni e che avvicina l'Italia — almeno sulla carta — alle medie europee meno drammatiche.

Fin qui, le buone notizie. Ma i numeri, come spesso accade, raccontano storie diverse a seconda di quanto si è disposti a scavare.

Il rovescio della medaglia: disoccupazione di lungo periodo e canali informali

C'è un dato, tra quelli diffusi dall'Istat, che merita un'attenzione particolare: la quota di disoccupati di lungo periodo è salita al 51,3%. Significa che più della metà di chi è senza lavoro lo è da almeno dodici mesi. È un indicatore strutturale, non congiunturale, e racconta di un mercato che riesce ad assorbire i profili più spendibili lasciando indietro tutti gli altri.

A rendere il quadro ancora più eloquente è il modo in cui gli italiani cercano lavoro. Il 75,2% si affida a canali informali: il passaparola, le conoscenze personali, la rete familiare. Un sistema che funziona — quando funziona — per chi ha un capitale sociale solido, ma che taglia fuori sistematicamente chi parte da posizioni di svantaggio: i giovani senza rete, gli over 50 espulsi dal mercato, i lavoratori delle aree interne.

Questo dato, da solo, è un atto d'accusa nei confronti dell'infrastruttura pubblica dei servizi per l'impiego. I Centri per l'Impiego, nonostante i fondi del PNRR destinati al loro potenziamento, continuano a rappresentare un canale residuale nella ricerca di occupazione. La domanda non è più se servano riforme, ma perché quelle annunciate stentino a produrre effetti tangibili.

Costo del lavoro e salari: una forbice che si allarga

Stando a quanto emerge dai dati Istat, il costo del lavoro è aumentato del 2,9% su base annua. Un incremento che, letto insieme alla dinamica salariale degli ultimi anni, pone interrogativi seri.

Per le imprese, soprattutto quelle medio-piccole che costituiscono l'ossatura del tessuto produttivo italiano, l'aumento del costo del lavoro comprime i margini. Per i lavoratori, la crescita nominale dei salari — quando c'è — viene spesso erosa dall'inflazione residua e dal cuneo fiscale. Il risultato è una forbice in cui il lavoro costa di più a chi assume senza che chi lavora percepisca un reale miglioramento del potere d'acquisto.

La questione salariale resta uno dei nodi irrisolti del dibattito italiano. I rinnovi contrattuali degli ultimi mesi hanno cercato di recuperare il terreno perduto durante la fiammata inflazionistica del 2022-2023, ma il recupero è stato parziale e disomogeneo tra i settori. E nel frattempo, come sottolineato da più osservatori, l'Italia continua a posizionarsi nella parte bassa della classifica europea per livello dei salari reali.

Politiche attive: il tallone d'Achille del sistema italiano

Se l'occupazione cresce ma i disoccupati di lungo periodo aumentano, qualcosa nel meccanismo di incontro tra domanda e offerta non funziona. Le politiche attive del lavoro — formazione, riqualificazione, orientamento, accompagnamento — restano il capitolo più debole della strategia occupazionale italiana.

Il programma GOL (Garanzia di Occupabilità dei Lavoratori), finanziato con risorse PNRR, doveva rappresentare la svolta. I numeri delle prese in carico sono cresciuti, è vero. Ma la qualità dei percorsi offerti, la capacità di agganciare realmente le persone a opportunità lavorative concrete e la connessione con i fabbisogni espressi dalle imprese restano punti critici. La distanza tra il modello teorico e la realtà operativa sul territorio è ancora troppo ampia, con differenze abissali tra Nord e Sud.

Il fatto che tre lavoratori su quattro si affidino ancora a reti informali per trovare un impiego non è un dettaglio folcloristico: è il termometro di un fallimento istituzionale che attraversa governi di colore diverso e che nessuna riforma ha finora saputo invertire.

Un mercato che cambia pelle, tra competenze e fragilità

I dati del 2025 confermano una tendenza già evidente: il mercato del lavoro italiano sta cambiando, ma non per tutti alla stessa velocità. La domanda di lavoro si sposta progressivamente verso profili con competenze specifiche — le competenze digitali valgono più della laurea? Il mercato del lavoro si trasforma è una domanda che molti datori di lavoro si pongono ormai quotidianamente — mentre chi resta privo di aggiornamento professionale scivola nella trappola della disoccupazione di lungo periodo.

Al tempo stesso, la trasformazione del tessuto produttivo ridefinisce anche le figure professionali richieste. Come emerge dall'analisi su l'importanza crescente degli assistenti di direzione nel mondo del lavoro moderno, i ruoli organizzativi e gestionali acquistano peso in un contesto aziendale sempre più complesso.

Ma c'è anche un'altra faccia della medaglia che riguarda la qualità del lavoro, non solo la sua quantità. La crescita occupazionale non cancella le criticità legate alla sicurezza: i recenti dati sulla valutazione dei rischi e sugli infortuni sul lavoro ricordano che più occupazione deve significare anche occupazione più sicura.

I numeri Istat di fine 2025 consegnano dunque un'istantanea a doppia faccia. Da un lato, un Paese che crea lavoro e riduce la disoccupazione nominale. Dall'altro, un sistema che non riesce a raggiungere chi è più lontano dal mercato, che si regge su reti informali anziché su servizi pubblici efficienti, e in cui la questione salariale resta sospesa tra il costo crescente per le imprese e il potere d'acquisto insufficiente per i lavoratori.

Le scelte da compiere — sui Centri per l'Impiego, sulla formazione continua, sul cuneo fiscale, sul salario minimo — sono note da tempo. Quello che manca, semmai, è la volontà di affrontarle con la radicalità che i dati impongono.

Pubblicato il: 16 marzo 2026 alle ore 15:35

Domande frequenti

Quali sono i principali dati Istat sul mercato del lavoro italiano nel 2025?

Nel 2025 l'occupazione è cresciuta dello 0,8% (185mila posti in più), i disoccupati sono diminuiti del 5,3% e gli inattivi dello 0,5%. Il tasso di occupazione si attesta al 62,4% e quello di disoccupazione al 5,5%.

Perché la disoccupazione di lungo periodo rappresenta ancora un problema?

La quota di disoccupati di lungo periodo è salita al 51,3%, indicando che più della metà dei disoccupati è senza lavoro da almeno dodici mesi. Questo segnala difficoltà strutturali nell'inserimento lavorativo dei profili più deboli.

Come incidono i canali informali nella ricerca di lavoro in Italia?

Il 75,2% degli italiani si affida a canali informali come passaparola o conoscenze personali per trovare lavoro. Questo penalizza chi non ha una rete di contatti e ridimensiona il ruolo dei servizi pubblici per l'impiego.

Qual è la situazione attuale di salari e costo del lavoro?

Il costo del lavoro è aumentato del 2,9% su base annua, ma la crescita dei salari reali resta limitata e disomogenea tra i settori. Il potere d'acquisto dei lavoratori non è migliorato in modo significativo, mentre le imprese vedono ridursi i margini.

Quali sono le principali criticità delle politiche attive del lavoro?

Le politiche attive, nonostante il potenziamento con programmi come GOL, faticano a collegare efficacemente domanda e offerta. Persistono forti squilibri territoriali e una scarsa capacità di rispondere ai reali fabbisogni delle imprese.

Come sta cambiando il mercato del lavoro italiano in termini di competenze richieste?

Il mercato richiede sempre più competenze specifiche, soprattutto digitali e organizzative, mentre chi non aggiorna la propria formazione rischia la disoccupazione di lungo periodo. La qualità del lavoro, inclusa la sicurezza, resta un tema centrale.

Antonello Torchia

Articolo creato da

Antonello Torchia

Direttore Responsabile di EduNews24.it Antonello Torchia è giornalista professionista, politologo e geografo, con un percorso formativo e professionale di ampio respiro che integra competenze in ambito economico, geopolitico, comunicativo e territoriale. Vanta una solida formazione accademica multidisciplinare: ha conseguito la Laurea in Economia e Commercio (quadriennale, Vecchio Ordinamento), la Laurea Magistrale in Relazioni Internazionali (LM-52) con la votazione di 110/110 e lode, e la Laurea Magistrale in Scienze Geografiche (LM-80). Un trittico di competenze che gli consente di leggere i fenomeni contemporanei con una prospettiva che abbraccia le dinamiche economiche, le relazioni tra Stati e le dimensioni spaziali e territoriali della società. Nel corso della sua carriera ha maturato una significativa esperienza nella comunicazione istituzionale e politica, collaborando con emittenti televisive e testate della carta stampata. Questa esperienza sul campo gli ha conferito una padronanza trasversale dei linguaggi mediatici, dalla televisione al digitale. Attualmente ricopre il ruolo di Direttore Responsabile di EduNews24.it, testata giornalistica online dedicata al mondo dell'istruzione, della formazione e delle politiche educative italiane ed europee, dove cura la linea editoriale e supervisiona la produzione di contenuti rivolti a docenti, studenti, istituzioni e operatori del settore educativo. È inoltre docente di Comunicazione presso la SSML Città di Lamezia Terme, istituto universitario specializzato nella mediazione linguistica, dove mette a disposizione delle nuove generazioni di professionisti della comunicazione il proprio bagaglio di competenze giornalistiche, analitiche e accademiche.

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