José Antonio Kast, 60 anni, avvocato, cattolico e padre di nove figli, ha giurato come nuovo presidente della Repubblica nel salone d'onore del Parlamento cileno a Valparaiso, la città portuale affacciata sul Pacifico a un paio d'ore dalla capitale Santiago. La cerimonia ha seguito il protocollo consolidato del cambio de mando: la presidente del Senato Paulina Núñez gli ha consegnato la fascia presidenziale con i colori della bandiera nazionale e la cosiddetta medaglia di O'Higgins, simbolo del potere esecutivo, che poco prima le era stata affidata dal presidente uscente Gabriel Boric. Due figure agli antipodi, plasticamente rappresentate anche nell'immagine: Boric in giacca senza cravatta, con il colletto della camicia aperto, come sua abitudine; Kast in abito scuro e cravatta azzurra. Un passaggio di consegne che non è soltanto istituzionale, ma ideologico. Con Kast, l'ultradestra approda al palazzo della Moneda per la prima volta dalla fine della dittatura di Augusto Pinochet nel 1990. Un dato che da solo basta a misurare la portata di questa transizione, destinata a ridisegnare gli equilibri politici non solo cileni ma dell'intero subcontinente sudamericano. La platea internazionale presente a Valparaiso, seppur con diverse assenze rispetto alle aspettative iniziali, testimonia l'attenzione globale per un evento che molti osservatori considerano l'ultimo tassello di una virata a destra dell'America Latina.
L'ultradestra torna alla Moneda dopo Pinochet
Kast non ha mai nascosto la sua compiacenza verso il generale Pinochet. È un tratto che lo definisce e che lo distingue dalla destra moderata cilena, quella che aveva governato il Paese nei decenni successivi alla transizione democratica senza mai rivendicare apertamente l'eredità del regime militare. Alto, occhi azzurri, volto rasato, Kast ha costruito la sua ascesa politica su un messaggio semplice e martellante: ordine e sicurezza. Nelle elezioni di dicembre scorso ha stravinto, capitalizzando il malcontento diffuso verso il governo progressista di Boric e intercettando la domanda di protezione di un elettorato spaventato dalla criminalità e dall'immigrazione irregolare. Il suo predecessore, ex leader studentesco arrivato al potere a soli 36 anni, lascia il timone del Paese dopo quattro anni di mandato segnati da turbolenze economiche e da una polarizzazione sociale crescente, esplosa con la rivolta del 2019 e mai realmente ricomposta. Boric, nel suo ultimo discorso dalla Moneda pronunciato martedì sera, ha affermato di andarsene "a testa alta e con mani pulite". Parole che i suoi sostenitori hanno ripetuto in coro dalla tribuna durante la cerimonia di insediamento del successore. Il ritorno dell'ultradestra alla guida del Cile rappresenta un fenomeno che travalica i confini nazionali. Si inserisce in una tendenza globale che vede movimenti e leader di destra radicale conquistare posizioni di governo in diversi continenti, dall'Europa alle Americhe, spesso facendo leva su temi come l'immigrazione, la sicurezza e il recupero di un'identità nazionale percepita come minacciata.
La cravatta di Meloni e la rete internazionale delle destre
Un dettaglio apparentemente marginale racconta molto della rete di relazioni internazionali che Kast ha tessuto negli ultimi anni. Secondo quanto appreso da LaPresse, la cravatta azzurra indossata dal nuovo presidente per il giuramento è un regalo di Giorgia Meloni. Gli è stata consegnata il 10 marzo dalla delegazione italiana, guidata dalla ministra dell'Università e della Ricerca Anna Maria Bernini. Un gesto simbolico, certo, ma che segnala la profondità di un rapporto politico e personale costruito nel tempo. "Fra la presidente Meloni e il presidente Kast il rapporto è risalente e il presidente Kast lo ha confermato", ha dichiarato Bernini rispondendo a una domanda di LaPresse dopo avere incontrato il nuovo leader a Santiago. Soprannominato da alcuni il Trump cileno, Kast è un ammiratore dichiarato di Donald Trump e si colloca con naturalezza nella rete internazionale delle destre populiste e sovraniste. I rapporti con Meloni precedono l'arrivo di entrambi al potere nei rispettivi Paesi, un dato che suggerisce una costruzione strategica di alleanze ideologiche che oggi si traduce in rapporti istituzionali consolidati. L'assenza di Meloni alla cerimonia, pur attesa inizialmente da Kast, non sembra aver incrinato il legame. La scelta di inviare Bernini con un dono personale come la cravatta del giuramento è stata letta dagli osservatori come un segnale di vicinanza calibrato con attenzione diplomatica.
Ospiti internazionali tra presenze e assenze significative
La lista degli invitati alla cerimonia di Valparaiso è un documento politico in sé. Tra gli ospiti internazionali più rilevanti spiccavano il presidente argentino Javier Milei e il re di Spagna Felipe VI. Ma a raccontare la vera mappa delle alleanze di Kast sono state soprattutto le presenze non istituzionali: gli oppositori venezuelani María Corina Machado e Juan Guaidó, e il senatore brasiliano di estrema destra Flavio Bolsonaro, pre-candidato alle elezioni di ottobre. Proprio la partecipazione di Bolsonaro figlio è alla base del forfait dell'ultimo momento del presidente del Brasile Lula, un'assenza che ha pesato sul piano diplomatico. Le relazioni tra Brasilia e Santiago partiranno dunque in salita, con il più grande Paese sudamericano che ha scelto di marcare una distanza netta dal nuovo corso cileno. Tra le assenze che Kast avrebbe sperato di evitare, quella del segretario di Stato americano Marco Rubio, che ha inviato al suo posto il sottosegretario di Stato Christopher Landau. Un segnale interpretato da alcuni analisti come una calibratura di Washington, che mantiene il canale aperto senza concedere il massimo livello di rappresentanza. E poi, appunto, l'assenza di Meloni, compensata dalla delegazione guidata da Bernini e dal gesto della cravatta. Il quadro complessivo restituisce l'immagine di un leader che gode di solide relazioni nel campo della destra internazionale, ma che deve ancora conquistare piena legittimità presso alcune cancellerie chiave.
Un Paese spaccato in due
Il Cile che Kast eredita è un Paese estremamente polarizzato. Una frattura che si è approfondita dalla rivolta sociale del 2019 e che la giornata del cambio de mando ha reso visibile in modo quasi teatrale. Boric, il primo a entrare in Parlamento secondo il protocollo, è stato accolto da applausi fragorosi e da cori dei sostenitori: "Boric, amico, il popolo è con te". Quando è stata la volta di Kast, dalla tribuna è partita una voce: "Ora sì, abbiamo di nuovo una patria, viva il Cile". Due frasi che condensano due visioni inconciliabili dello stesso Paese. Fuori dal Congreso Nacional, intanto, manifestavano dimostranti pro e contro Kast, separati da cordoni di sicurezza. Il nuovo presidente ha promesso un "governo d'emergenza", a suo dire necessario per riportare sicurezza, espellere migranti irregolari e migliorare l'economia. Sono parole che hanno generato aspettative altissime nel suo elettorato, ma che rischiano di scontrarsi con una realtà parlamentare e sociale complessa. Kast si presenta come un uomo pragmatico, ma il pragmatismo sarà messo alla prova dalla profondità delle divisioni cilene. Il ricordo della dittatura è ancora vivo per milioni di cileni, e l'arrivo alla Moneda di un leader che non rinnega Pinochet rappresenta per una parte consistente della popolazione non un cambio di governo, ma una ferita riaperta.
Il nodo del cavo cinese e l'equilibrio tra Pechino e Washington
Le ultime settimane prima dell'insediamento hanno consegnato a Kast un fronte spinoso: la vicenda del cavo cinese di fibra ottica Cile-Hong Kong, un progetto infrastrutturale che ha fatto infuriare Washington. Gli Stati Uniti hanno reagito con durezza, sanzionando tre membri dell'ormai ex governo Boric, compreso un ministro. La questione tocca un nervo scoperto della geopolitica sudamericana: il continente è diventato terreno di scontro tra le grandi potenze, e il Cile, con le sue risorse strategiche — a partire dal litio — si trova al centro di una contesa che non ammette neutralità facile. Kast, da ammiratore di Trump, è volato lo scorso fine settimana a Miami per partecipare al summit Shield of the Americas, ospite del presidente americano. Un gesto di allineamento chiaro. Ma la realtà economica impone cautela: la Cina è il primo partner commerciale del Cile, e nessun presidente, per quanto ideologicamente orientato, può permettersi di compromettere quella relazione senza conseguenze devastanti per l'export e la crescita. Su questo dossier, Kast ha rotto il dialogo di transizione con Boric, un fatto inedito quanto meno dal ritorno della democrazia, accusandolo di scarsa trasparenza sul progetto del cavo. La situazione è poi rientrata domenica con un incontro definito pacificatore, per il bene della Repubblica. Ma la frattura ha lasciato il segno e ha mostrato come la politica estera sarà il terreno più scivoloso per il nuovo governo.
I primi cento giorni decisivi
Secondo gli analisti, il banco di prova saranno i primi 90-100 giorni di governo. Kast ha alimentato aspettative enormi: sicurezza, espulsione dei migranti irregolari, rilancio economico. Promesse che richiedono risultati rapidi e visibili per mantenere il consenso di un elettorato impaziente. Il contesto globale non aiuta. Le potenze si giocano l'egemonia mondiale e il Sud America è fra i terreni di scontro più contesi. Il Cile dovrà navigare tra Washington e Pechino, tra alleanze ideologiche e necessità economiche, tra la promessa di ordine interno e il rispetto delle istituzioni democratiche che molti temono possa essere messo in discussione. L'era Kast è iniziata con una cravatta azzurra, regalo di un'alleata europea, e con un giuramento solenne nel salone d'onore di Valparaiso. Quello che verrà dopo dipenderà dalla capacità del nuovo presidente di trasformare la retorica in governo, le promesse in politiche concrete, e di tenere insieme un Paese che appare oggi più diviso che mai. La sfida è immensa. E il mondo osserva.